La figura e il pensiero di Carlo Rosselli
hanno recentemente vissuto una seconda giovinezza e sono
stati oggetto di una rinnovata attenzione che non può
non essere vista con favore, sebbene vi sia qualche perplessità,
da parte di chi scrive, sulla validità di talune
interpretazioni e riletture dell'attività del capo
di GL, che risentono talvolta dell'intento polemico contingente
nel dibattito politico contemporaneo.
Ora, bisogna chiarirsi una volta per tutte: o si intende
Rosselli come una minestra buona per ogni mensa, fatti gli
opportuni aggiustamenti del caso, oppure si procede, fuori
da ogni intendimento agiografico o "militante",
ad analizzare e registrare le vere novità - novità
molto spesso scomode per la "trasvalutazione dei valori"
che rappresentano - che caratterizzarono l'azione e il pensiero
di Rosselli. Ma ancora prima va forse sottolineata una particolarità,
sovente dimenticata o sottaciuta quando ci si riferisce
all'esperienza di G.L. L'espressione "socialismo liberale"
ha un suo appeal, testimoniato dalla frequenza con la quale
viene utilizzata nel dibattito politico contemporaneo. In
alcuni casi poi si assiste alla sua trasformazione automatica
in "liberalsocialismo", che invece ha una sua
connotazione ben precisa nell'alveo delle "eresie"
e solo difficilmente potrebbe essere sovrapposto alla vicenda
politica e ideologica di Rosselli. Il Socialismo liberale
è un'eresia del socialismo, maturata negli anni del
confino e della clandestinità, in Italia e in Francia.
Ha i suoi valori, i suoi punti di riferimento ideali, i
suoi programmi (ancora oggi fortunatamente leggibili, grazie
alla meritoria opera condotta negli anni Settanta da un
gruppo di storici vicini alla tradizione e all'eredità
di G.L. Il Liberalsocialismo è qualcosa di profondamente
diverso dal Socialismo liberale, e non solo per questioni
nominalistiche. Il movimento di Guido Calogero è
maturato nella riflessione filosofica - cosa che "l'azionismo"
rosselliano poco curava - ha avuto bensì i suoi martiri
e i suoi combattenti, ma la sua influenza è stata
sensibilmente minore sulla cultura politica italiana, restando
una sorta di piccola anomalia nel corpo sostanzialmente
integro e profondamente debole del liberalismo nostrano.
Recuperare la purità dei termini quando si parla
dell'esperienza di Rosselli e del suo movimento, può
quindi essere un piccolo passo necessario per considerare
con occhio non esclusivamente celebrativo "Giustizia
e Libertà", e non confonderla con "Libertà
e Giustizia".
Molto più profonda invece l'influenza del movimento
di Rosselli, che si percepisce anche ad anni di distanza
e che ha lasciato un segno profondo nella storia del socialismo
italiano per i contenuti di novità e la sua verve
svecchiatrice. Tra queste novità, un posto principale
è rappresentato dall'atteggiamento nei confronti
del problema dell'unificazione europea e di quello, conseguente,
del valore dello stato nazionale come punto di riferimento
dell'azione politica. Non si intendono certo sottacere gli
altri punti qualificanti della visione rosselliana, sul
piano della riforma dell'economia, della ristrutturazione
dello stato, la considerazione del ruolo delle masse, il
posto delle forze giovani nella lotta politica. Ma sono,
nella convinzione di chi scrive, tutti elementi che acquistano
un loro valore penetrante e duraturo solo se accostati alla
critica profonda, continua e acuta che Rosselli condusse
contro la "visione del mondo" nazionale e nazionalistica.
Si tratta di un punto cruciale per la comprensione non solo
dell'evoluzione dell'attività di GL, bensì
anche della natura della lotta antifascista nel suo complesso;
è il sorgere di un'agguerrita Anti-Europa che giustifica
a posteriori il carattere europeo del movimento antifascista
e della Resistenza, e non mi sembra eccessivo dire che se
durante la II guerra mondiale (guerra civile europea) si
assiste al crescere dei riferimenti ad una soluzione unitaria
per il futuro del continente (non solo, ovviamente, nelle
discussioni interne del movimento resistenziale italiano,
ma anche in altri paesi), tale dibattito pone le sue radici
negli anni Trenta. In tal senso, Rosselli e GL svolgono
indubbiamente un ruolo di Bahnbrecher.
Si tratta di un'acquisizione relativamente recente nel dibattito
storiografico, e va ascritto come merito dei pochi che hanno
proceduto al reperimento e all'ordinamento delle fonti sulle
idee dell'unificazione europea , l'avere percepito e sottolineato
come il carattere europeo della resistenza al nazifascismo
si accoppiasse ai primi progetti tendenti all'unificazione
politica dell'Europa.
Volendo scavare più a fondo in questa questione,
il caso di Rosselli è ben più complesso: nel
suo caso - precedendo in questo il pensiero di altri teorici
dell'unificazione europea, quali i federalisti di Ventotene
- la tensione verso l'unificazione europea non è
episodica o basata su un'adesione sentimentale ad un bell'ideale,
tanto desiderabile quanto irraggiungibile; si tratta bensì
di una messa in discussione profonda del ruolo e dell'importanza
della visione del mondo nazionale nella lotta politica e,
attraverso questa discussione, dell'approdo all'idea dell'unificazione
dell'Europa quale fine dell'azione politica e, quindi, elemento
necessario e caratterizzante.
Mi sembra opportuna questa precisazione per non scivolare
sul piano inclinato della celebrazione che, da Coudenhove-Kalergi
ad Altiero Spinelli rende tutto omogeneo, sottacendo i contrasti
e cancellando i punti di riferimento ideali e rendendo,
al limite, possibile la convivenza della Federazione Europea
con l'Europa delle Patrie delle sedicenti "nuove destre"
- ammesso che tale ultima espressione sia sincera e non
rappersenti invece un artificio per mantenere in vita il
logoro apparato nazionale, economico, amministrativo, di
valori.
Carlo Rosselli è quindi un punto di avvio nella percezione
del problema dell'unità europea come problema politico
e non più culturale, attraverso una evoluzione che
qui cercherò sommariamente di delineare.
Volendo scandire cronologicamente questo sviluppo Rosselli,
partendo da una visione federalistica della società
sul piano nazionale, evidente già nelle pagine critiche
di Socialismo liberale, giunge, sulla spinta delle modificazioni
del quadro politico europeo, a richiedere gli "Stati
Uniti d'Europa" come obiettivo di riflessione e azione
per la sinistra antifascista e democratica. La visione 'proudhoniana'
e libertaria di Rosselli sulle forme della ricostruzione
italiana, si definisce, dopo essersi presentata all'inizio
come un magma piuttosto informe, solo dopo l'affermazione
europea dei fascismi; lo Stato fascista vince, lo stato
delle autonomie di Rosselli pone, come condizione per la
sua affermazione su di un piano europeo, l'eliminazione
stessa della nozione di "stato nazionale", senza
però mettere in discussione quei valori di solidarietà
nazionale che Rosselli mutua dalla componente mazziniana
della sua formazione ideologica.
Come si può intuire, il discorso è lungo e
articolato, si snoda lungo otto anni di attività
frenetica, di amari scontri con i compagni di esilio, di
lotta senza quartiere contro l'odiato regime fascista che
si espande su scala europea. E', quella di Rosselli e di
alcuni suoi compagni, una guerra di posizione nel senso
gramsciano del termine: una modificazione dei valori ed
un superamento della Weltanschaunung nazionale che trova
il suo necessario coronamento nella parola d'ordine europeistica
e federale.
Quando Rosselli evade dal confino di Lipari, nel 1929, e
giunge a Parigi, la sua personale visione politica è
ancora quella di un giovane socialista degli anni '20, molto
vicino alle posizioni di Matteotti e di Turati (della cui
fuga dall'Italia Rosselli era stato d'altronde uno degli
organizzatori), ma con evidenti elementi di originalità
che erano già contenuti in Socialismo liberale, la
sua prima opera teorica importante, scritta durante il confino.
In particolare, va tenuto conto del fatto che Rosselli era
già predisposto ad un atteggiamento 'irrispettoso'
verso il mito dello stato sovrano, anche perché la
sua formazione politica ed intellettuale aveva un modello
in Giacomo Matteotti, uno dei primi rappresentanti socialisti
che considerasse l'opposizione all'egemonia dello stato
in tutti i campi della vita associata come una cosa naturale
e doverosa. Proprio in Socialismo liberale Rosselli avanza
a più riprese l'idea di una revisione del marxismo
che andasse nella direzione di una società socialista,
nella quale le formazioni elementari della vita associata
non dovessero subire la vessazione del controllo statale
pervasivo; una società basata su di un sottinteso
federalismo sociale. Lo stato è comunque ancora una
categoria di riferimento indispensabile per Rosselli, ma
uno stato inteso come necessario "contenitore",
nel quale la nazione di mazziniana memoria ritrovasse il
suo carattere originario e il suo valore positivo, senza
essere asservita al mito nazionalistico aggressivo. Uno
stato, soprattutto, dove l'uomo - e qui si sente in pieno
l'influenza dell'humanisme francese e dell'idealismo italiano
- riacquistasse importanza come singolo e non come massa.
In questa visione l'Europa ha d'altro canto un posto tutto
sommato marginale. Termine di riferimento culturale, certo,
non fosse altro per il fatto che di tutti i movimenti e
gruppi antifascisti che si ritrovano all'estero, GL è
quello che più partecipa dell'atmosfera culturale
cosmopolita della capitale francese. Ma va notato che quando,
in seguito al lancio del progetto di "une sorte de
lien fédéral", fatto da Briand alla fine
del 1929 all'Assemblea della Società delle Nazioni,
compaiono sui "Quaderni di Giustizia e Libertà"
articoli di commento ad opera di Andrea Caffi (Il problema
europeo) e Libero Battistelli (Disarmo e Stati Uniti d'Europa),
Rosselli non entra nella discussione. Ancora il problema
europeo non ha un posto centrale nella visione di Rosselli,
ma l'avvento al potere del nazismo modifica totalmente la
prospettiva: esso non è più una degenerazione
morale e politica di un paese economicamente "arretrato",
ma attacca il cuore stesso della civilissima Europa, insediandosi
nel paese dove più forte ed organizzato è
il movimento operaio.
A questo punto si assiste ad un fenomeno singolare: mentre
cessa logicamente sulla stampa del movimento il riferimento
ai deboli piani di unificazione del continente sulla scia
dell'europeismo sentimentale (e sottilmente reazionario)
della Pan-Europa di Coudenhove-Kalergi o del progetto governativo
di Briand (con i quali GL non si era però mai identificata),
aumentano i riferimenti al problema federale italiano e,
su questa base, si rafforza parallelamente la dimensione
europea non solo della lotta antifascista, ma anche quella
della proposta di riordino del continente in senso federale
ed unitario.
E' in questo momento che l'analisi di Rosselli si rivela
in tutta la sua novità ed indipendenza rispetto ai
piani approntati dall'"europeismo dei governi".
Un'analisi che discendeva senza soluzione di continuità
da vari fattori. Prima di tutto va rimarcata la già
ricordata diffidenza di Rosselli (quando non fu chiaro rifiuto)
nei confronti del controllo dello stato su tutti i campi
della vita associata (e che il fascismo tendesse ad esercitare
tale controllo in maniera ossessiva, è superfluo
qui ricordarlo). La polemica "antistatista" è
centrale in Rosselli e, sulla base dell'evoluzione degli
stati "totalitari" diventava anche polemica nei
confronti dei partiti - anche il comunista - che tendevano
ad identificarsi con lo stato al punto che non si distingueva
più il partito unico dallo stato, ed i fini dell'uno
divenivano i fini dell'altro, in un intreccio di interessi
particolari protetti che, in seguito, i federalisti di Ventotene
(Altiero Spinelli, Ernesto Rossi) avrebbero stigmatizzato
sotto la voce di "sezionalismo". Altro fattore
che veniva meno, in questa impostazione, era la divisione
marxiana delle classi e la stessa centralità della
lotta tra esse: già in Rosselli si intuisce che la
classe non è più definita sulla base del possesso
o meno dei mezzi di produzione economica, ma si scompone
in gruppi, in settori, in sezioni appunto, che ricercano
ognuna l'appoggio dello stato per i propri fini e interessi;
lo stato, dall'alto, dirigeva e regolava l'aberrazione finale
del conflitto armato:
I popoli, cioè gli uomini nelle loro
formazioni civili sociali, messi gli uni di fronte agli
altri, difficilmente si batterebbero. Sono questi intermediari
inafferrabili, mostruosi, queste macchine anonime, gli Stati,
che hanno un preteso onore da salvare e un interesse da
difendere che non è quello degli uomini in carne
ed ossa e dei quali gli stati maggiori e gli eserciti permanenti
sono uno degli ingranaggi essenziali; sono gli stati i quali
drizzano i popoli gli uni contro gli altri. La guerra odierna,
terribile devastatrice che coinvolge l'universale, nasce
di fatti con Napoleone, cioè con lo stato moderno.
Caduto il mito liberale dello stato come semplice regolatore
e coordinatore di interessi, crollato il mito del partito
unico della classe operaia quale rappresentante di una classe
omogenea, che ne era della nazione? Si trattava di un punto
delicato perché Rosselli, come tanti altri d'altronde,
non era pronto a negare anche il valore positivo, reale,
della nazione di mazziniana memoria, della "nazione
libera, non strumento dello stato, della nazione aperta
sull'Europa e sul mondo". Da un lato il dilemma veniva
risolto con il riferimento alla società federativa
caro a Rosselli ("Il fascismo ha il suo stato, la sua
macchina di polizia. Noi gli contrapponiamo la società
con legami federativi, ricca di tutte le autonomie "
ma dall'altro si negava il diritto del fascismo a monopolizzare
l'idea nazionale.
Il risveglio, in questo senso, fu particolarmente brusco
dopo il plebiscito della Saar. Di fronte al fatto che quasi
il 90% dei votanti, chiamati a decidere per l'annessione
alla Francia o alla Germania (oppure per il mantenimento
dello status quo) dopo quindici anni di statuto internazionale,
optasse per la Germania , l'analisi di Rosselli fu crudelmente
lucida: la Saar diveniva una "lezione" - come
si intitolò l'editoriale di "G e L" del
18 gennaio 1935 - che mostrava tutti i più deleteri
sintomi della decadenza delle vecchie forze politiche e
delle idee-simbolo che ne erano state il faro, come quella
della forza rivoluzionaria della massa:
Quel che è avvenuto il 13 gennaio
in Sarre è la prova ultima, in vitro, della cadaverica
impotenza di tutte le forze, partiti, uomini del passato
prefascista. Chi si ostina a combattere il fascismo da quelle
trincee, dà un bell'esempio di coerenza, ma fissa
la sua dimora nei cimiteri. [...] Per conto nostro l'esperienza
della Sarre ci conferma la verità di due tesi che
abbiamo già sostenuto con grande scandalo dei marxisti
ortodossi: potenza ancora grande dell'idea nazionale [...];
assurdità di concepire e condurre la lotta contro
il fascismo su piano estensivo e di massa. [...] E' ora
di dire che la massa, in quanto massa, è brutale,
ignorante, impotente, femminile, preda di chi fa più
chiasso, di chi ha più quattrini, di chi ha la forza
e il successo. I fascismi sono i più perfetti regimi
di massa della storia [...]. Combattere i regimi di massa
fascisti a forza di massa è tempo perso. I regimi
di massa, i fascismi, si combattono ridando all'uomo, alla
ragione, alla libertà, il loro valore.
L'antifascismo europeo, di fronte ad un fascismo europeo,
non doveva quindi più essere una manifestazione di
classe, la proiezione schematica di un proletariato antifascista
che combatte una borghesia fascista. Da questa impostazione
era scaturita la sconfitta della Comune di Vienna e da essa,
senza una decisa sterzata, sarebbero presumibilmente venute
le sconfitte successive.
Sullo stesso tema, Gaetano Salvemini aveva espresso posizioni
simili, contenute in una lettera per Rosselli spedita il
15 gennaio. Nel momento in cui Rosselli scrive l'articolo
non poteva ovviamente conoscere il contenuto di quella lettera;
un contenuto che dimostra come, su quel particolare avvenimento,
'maestro' e 'allievo' avessero identità di vedute:
Vedo dai giornali di oggi che nella Saar
il 90% ha votato per Hitler. Togli gli ebrei, togli qualche
intellettuale [...], e troverai che tutto, dico tutto il
proletariato industriale marxista ha domandato di essere
castrato. Ma Nenni, Modigliani, Angelica Balabanoff ed Ercoli
[pseud. di Togliatti] continueranno a ripetere che il proletariato
della grande industria farà la rivoluzione sociale!
Come d'uso in Rosselli, dopo la prima fiammata polemica
su di un avvenimento, il tiro veniva aggiustato e veniva
tentata un'analisi più pacata, non per questo con
toni meno incisivi. La settimana seguente a quella in cui
apparve La lezione della Sarre, un altro editoriale riprendeva
l'argomento, spingendo più sul pedale 'caffiano'
del fascismo come malattia morale: "[...] espressione
visiva della decadenza e corruzione del mondo in cui viviamo,
in tutti i suoi diversi aspetti, nella morale, nella cultura,
nella libertà, come nella economia e nella vita politica".
Il plebiscito della Saar dava così a Rosselli l'occasione
da un lato di affermare l'inattualità della nozione
classista (già affermata ne La lezione della Sarre)
per combattere il fascismo, e dall'altra di contrapporre
al fascismo e allo stato totalitario il concetto di "uomo",
riprendendo e rafforzando il tema del 'nuovo umanesimo':
"Stato totalitario fascista da una parte. Universalismo,
società umana dall'altra".
Il voto, che rappresentava, a mente fredda, la vittoria
del principio nazionale su quello classista che avrebbe
dovuto spingere gli operai tedeschi della Saar a votare
contro il regime liquidatore dell'organizzazione socialdemocratica
tedesca, non porta però Rosselli alla condanna tout
court del principio di nazionalità che aveva presieduto
alle scelte degli elettori della Saar; semmai gli dà
occasione per affermare la superiorità della nazione,
sana, sullo stato, corruttore; della nazione umana e progressiva
opposta alla nazione monopolizzata dallo stato totalitario.
Come un sasso in uno stagno, il voto tedesco aveva mostrato
la forza del fascismo internazionale e dell'idea nazionale
da esso egemonizzata; richiedeva quindi un nuovo appello
incentrato sul valore della nazione e dell'uomo liberi.
La massa perde valenza rivoluzionaria per fare posto all'uomo.
A questo punto, la società federativa immaginata
da Rosselli diventava importante, sul piano internazionale,
quando veniva affermato, non senza una certa dose di ingenuità,
che "la Svizzera, ogni stato federativo dove l'uomo,
i gruppi conservano ampie sfere di autonomia, fanno assai
più difficilmente la guerra". Ma tale affermazione
prova che Rosselli è del tutto alieno dal pensiero
che lo stato possa essere guidato da una logica di espansionismo
e di conquista, incontrollabile anche da parte di una società
composta di "gruppi" con "ampie autonomie".
L'esperienza storica presente all'epoca, quella della Svizzera,
viene in un certo qual modo 'strumentalizzata' da Rosselli,
ma manca così il necessario realismo riguardo alla
situazione internazionale. L'equazione che vuole lo Stato
accentratore e dittatoriale come costituzionalmente aggressivo
e bellicista, viene sostituita da quella che vede nello
stato federativo l'unico strumento per la pace mondiale,
perpetuando, o creando così un nuovo pregiudizio
che si va ad aggiungere a quelli già esistenti nelle
idee democratica, liberale e socialcomunista. Pregiudizi
tutti basati sull'assunto che basti che lo stato assuma
una certa forma di regime interno perché, per ciò
solo, cessi di avere natura aggressiva e cadano così
i presupposti dei conflitti internazionali.
Va comunque detto che la posizione di Rosselli ha il pregio
della flessibilità, difficilmente potrebbe essere
del tutto inglobata in questa chiave di lettura critica.
Rosselli infatti può non avere bisogno dello stato
liberale ottocentesco, né dello stato etico; ma ha
bisogno, per dare un ethos al suo discorso, della nazione.
Una nazione però non strumentalizzata e deificata
fino a farne, nella sua forma più elevata e sacrale
- mazziniana -, unico antidoto contro le guerre; Rosselli
quindi riesce a sottrarsi al postulato dell'equazione sopra
ricordata; con difficoltà ma vi riesce, in forza
anche di una costante diffidenza verso gli automatismi della
storia, verso le roboanti realizzazioni della massa per
la quale, come già si è avuta occasione di
notare, Rosselli nutre una sdegnosa sufficienza.
Per giustificare storicamente la nuova società anticentralistica
e a misura d'uomo resta così solo la nazione, ma
depurata.
Una riprova di questo fatto è la constatazione che
nel momento in cui comincia a prendere corpo l'ipotesi di
un'avventura italiana in Etiopia, Rosselli fustiga le democrazie
imbelli e propone con rinnovata insistenza l'insurrezione
interna nei paesi retti dalla dittature. Non si possono
[...] denunciare i fascismi come regimi
di oppressione e di guerra che rendono la pace impossibile,
e continuare a sognare ed a proporre una politica europea
di ricostruzione della pace che prescinda dal problema dell'abbattimento
dei fascismi.
E questo abbattimento deve essere attuato nel nome della
nazione, non del nuovo 'stato' che pure si intravede dietro
la "società federativa" proposta da Rosselli.
L'unificazione del continente, seguendo questa strada, diventa
un obiettivo necessario e da perseguire mediante l'azione
dei popoli (guidati e consigliati), le rivoluzioni, la costruzione
di nuove società fondate sull'autonomia, contro gli
imperialismi fascisti ed i vecchi scrupoli della politica
statale: "Altro che non-intervento nelle faccende interne
degli altri paesi! Intervento e come. L'unificazione d'Europa,
se si farà, si farà con gli stessi metodi
con cui si sono fatte le unità nazionali: rivoluzioni
e, ormai, forse anche guerre".
Questi punti fermi: critica della forma statale oppressiva,
sfiducia nel ruolo rivoluzionario e antireazionario delle
masse, importanza dell'uomo nella società di gruppi
federati, si presentano continuamente negli articoli del
1935, quasi che il loro autore cerchi di organizzare una
linea ispirata dagli avvenimenti che giorno dopo giorno
gli si presentano davanti.
Comunque Rosselli non prende mai una posizione definitiva,
ma molto spesso rettifica, corregge il tiro, nel tentativo
di seguire la situazione internazionale. Anche i preparativi
per l'aggressione all'Etiopia offrono così a Rosselli
l'ulteriore occasione di fare un'analisi dei danni che la
politica fascista apporta alla nazione italiana; analisi
storica che, obiettivamente, presenta aspetti poco convincenti.
In pratica il fascismo, oltre a essere il "cancro d'Europa",
sarebbe anche il negatore della politica di pace che l'Italia
del 1918 avrebbe avuto la possibilità di sviluppare:
"La vittoria del 1918 [...] [aveva] fornito per la
prima volta all'Italia la possibilità di fare una
politica sua, autonoma [...], che attraverso l'accordo coi
nuovi stati successori [dell'Impero Austro-Ungarico] preludesse
all'unificazione d'Europa" .
Significava rendere un omaggio indiretto alla classe politica
dell'Italia liberale; non tenere in nessun conto che le
mire dei negoziatori italiani alla Conferenza di Pace di
Versailles non avevano nessuna velleità 'europeistica',
neppure limitata all'area balcanica, ma ubbidivano unicamente
agli interessi di Machstaatsgedanke dello stato liberale.
La prospettiva europeistica poteva essere latente, come
puro sentimentalismo, all'interno di ristretti circoli quali
quello de L'Unità di Salvemini; non era certo nei
programmi di casa Savoia. L'insorgere dei fascismi e la
loro intima aggressività aveva successivamente reso
irraggiungibile e addirittura impensabile un'unità
europea sulla base del consenso delle nazioni; e questo
richiedeva la ricerca di nuovi mezzi, che Rosselli individua
in "una convenzione dei popoli europei" che "oggi
ancora arriverebbe ad attuare gli Stati Uniti d'Europa".
Si rifiuta la struttura statale oppressiva (non solo quella
degli stati fascisti) che impedisce il disarmo e la pace
nell'Europa dello status quo, per appoggiarsi all'istituto,
vagamente mazziniano, della "convenzione dei popoli
europei".
Il grosso male europeo, dopo il fascismo, è quindi
lo stato accentrato, così come è organizzato.
La rivoluzione interna agli stati avrebbe invece una immediata
ripercussione internazionale; ciò che per i federalisti
europei sarà la cessione della sovranità statale
per stabilire un legame federale, per i giellisti diventa
la rifondazione su basi federative della società
statale, per raggiungere uno scopo, nella sostanza, simile.
Il discorso era ormai maturo per essere ripreso ed approfondito,
circa un mese dopo, in un editoriale che viene solitamente
citato come il più rappresentativo dell'europeismo
(ma a questo punto potremmo anche dire 'federalismo') di
Rosselli, e che presenta una fusione tra aspirazioni europeistiche,
esaltazione della "convenzione dei popoli europei",
stimoli alle sinistre.
Nel maggio 1935 compare infatti, sulle pagine del settimanale
"Giustizia e Libertà", l'articolo Europeismo
o fascismo, nel quale Rosselli richiede chiaramente la convocazione
di un'"Assemblea europea", l'unificazione federale
delle democrazie in funzione antifascista, il lancio di
una nuova parola d'ordine per le masse, la nascita degli
Stati Uniti d'Europa:
La sinistra europea dovrebbe impadronirsi
di questo tema sinora abbandonato ai diplomatici ed ai Coudenhove-Kalergi.
Popolarizzarlo tra le masse. Prospettare loro sin d'ora
la convocazione di una assemblea europea, composta di delegati
eletti dai popoli, che in assoluta parità di diritti
e di doveri elabori la prima costituzione federale europea,
nomini il primo governo europeo, fissi i principi fondamentali
della convivenza europea, svalorizzi frontiere e dogane,
organizzi una forza al servizio del nuovo diritto europeo,
e dia vita agli Stati Uniti d'Europa.
Progetto sentimentale, senza dubbio, e soprattutto senza
la base di una accurata riflessione teorica sul federalismo
istituzionale. Ma si tratta comunque di una parola d'ordine
che, da allora in poi, avrebbe caratterizzato l'azione del
leader di GL, fino al suo assassinio.
Tale progetto andava a colpire alla base il principio della
sovranità nazionale, snaturava il mito dello stato
sovrano europeo, ne preparava il superamento. Non stupisce
quindi che i giellisti epigoni di Rosselli nel Partito d'Azione,
l'abbiano mantenuto come elemento programmatico (e i primi
documenti del nascente Partito d'Azione ne fanno fede),
ma non abbiano proseguito poi sulla strada che Rosselli
aveva cominciato a tracciare verso il superamento della
"visione del mondo" nazionale. Parlare di Stati
Uniti d'Europa e di federalismo sovranazionale significava
colpire a fondo la sovranità dello stato europeo,
vale a dire la principale categoria politico-istituzionale
di riferimento; sotto un altro punto di vista, si trattava
di mettere in discussione l'impianto stesso dell'ideologia
crociana dello stato nazionale, ideologia che molti dei
futuri azionisti ponevano alla base della loro attività
politica. Si palesò quindi un atteggiamento di "resistenza"
nei confronti dell'impostazione rosselliana, che caratterizzò
quasi tutti i giellisti, sia in Francia che in Italia, con
l'unica eccezione di Andrea Caffi. Neppure Emilio Lussu,
della cui fede federalista sul piano nazionale non si può
dubitare, fece eccezione; egli restò sempre molto
tiepido nei confronti dell'impostazione federalista sul
piano europeo, e anzi, nel 1943 si dichiarò del tutto
contrario alle posizioni contenute nel Manifesto di Ventotene,
il documento che, scritto da Altiero Spinelli e da Ernesto
Rossi nella primavera del 1941, segna la nascita del federalismo
europeo "politico".
E' questo in fondo il limite principale dell'impostazione
rosselliana nei confronti del problema dell'unificazione
europea e di quella, complementare, del ruolo dello stato:
essere stata una presa di posizione patrimonio pressoché
esclusivo del "capo".
Con la morte di Rosselli, si può dire infatti che
scompare anche una parte di GL, quella che cercava una via
alla trasformazione rivoluzionaria dell'Europa al di fuori
dei condizionamenti nazionali. L'eredità di Rosselli,
in questo senso intesa come qualcosa che ha valore per chi
resta, riceverà così diversa attenzione e
comprensione.
Due esempi sono abbastanza indicativi. Da un lato Lussu,
che aveva riacquistato un ruolo egemone all'interno del
movimento dopo la morte di Rosselli e che sarebbe entrato
in contatto con l'idea federalista europea così come
era stata presentata da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi
ed Eugenio Colorni nel Manifesto di Ventotene, poco prima
del Convegno azionista di Firenze nell'agosto '43, scrive
nel suo Sul Partito d'Azione e gli altri:
Passando a Genova, [Lino] Marchisio me ne
aveva parlato a lungo, e a Roma avevo letto alcuni fogli
dattiloscritti che ponevano la federazione europea quale
premessa di una più ampia federazione mondiale, garanzia
della pace. Il documento, fortemente antiautoritario e antitotalitario,
nonostante un'aspirazione socialista, mi era apparso decisamente
conservatore. La federazione degli stati europei vi era
sostenuta come pregiudiziale necessaria per un successivo
graduale processo di socializzazione. Era mettere il carro
davanti ai buoi. In G.L., eravamo arrivati a concepire la
rivoluzione antifascista come la prima parziale grande realizzazione,
base di una società socialista. ma di tutto ciò
non si parlò né negli interventi né
nella relazione.
L'accenno alla "rivoluzione antifascista" è
corretto, ma non esaurisce la ricchezza del discorso che
Rosselli aveva svolto in otto anni di lotta antifascista;
Lussu non parla, forse anche perché non le accettava,
delle posizioni rosselliane a favore di un superamento del
modo di pensare nazionale in forza della resistenza ai fascismi,
della ricerca di una rifondazione delle basi della civiltà
europea, ricerca che portò, intorno al 1935-6, alla
richiesta di un legame federale tra i popoli europei. Un
disegno quale quello rosselliano, che tra l'altro rifiutava
un esclusivo federalismo infranazionale di stampo amministrativo,
perché rendeva più difficile parlare di unità
europea e confondeva le idee, era basato sul "federalismo
sociale", principio di una nuova società; ed
in questa collocazione esso aveva un oppositore pressoché
fisiologico nel sardista Lussu. Ma ridurre tale disegno
innovatore di Rosselli ad una 'semplice' rivoluzione antifascista
base della società socialista, è un po' come
cancellare parte dell'attività e del pensiero-azione
di Rosselli dal 1932 al 1937.
Chi invece non vuole cancellare ma anzi valorizza ciò
che aveva trovato in GL, è Leo Valiani. Nel suo diario
autobiografico egli dimostra di avere compreso ed ammirato
il respiro europeo del pensiero-azione di Rosselli, la sua
capacità di sintetizzare le relazioni tra i problemi
nazionali e soluzioni audaci, come appunto l'idea-forza
dell'unificazione europea:
Quel che mi aveva affascinato in Giustizia
e Libertà, era la sua audacia intellettuale, il suo
sforzo volto a riconciliare, in una sintesi superiore, il
marxismo e il movimento operaio con la grande filosofia
liberale dell'Ottocento. In sede politica, ciò significava
un atteggiamento di ricostruzione europea, al di là
dei limiti posti dalla strutture statali esistenti, e quindi
di forte critica verso tutti i partiti democratici tradizionali
preesistenti al fascismo e che il fascismo aveva potuto
facilmente travolgere, perché esso, pur nella sua
barbarie, nella sua corrotta delinquenza era come un modo
di rendersi conto della profonda crisi mondiale, delle sanguinose
lacerazioni della società contemporanea e di tentare
di rimediarvi (sia pure con soffocanti metodi dittatoriali),
mentre quei partiti continuavano a rappresentare vetusti,
rispettabili, ma particolaristici interessi che limitavano
il loro orizzonte spirituale, attutivano, in loro, il senso
del nuovo.
Valiani così si avvicina a Rosselli ma anche al nascente
pensiero dei federalisti di Ventotene laddove giudica il
fascismo una reazione alla crisi mondiale e sente l'inadeguatezza
delle forze politiche tradizionali, legate a schemi interpretativi
incentrati sullo stato e sui suoi valori.
Ma in GL, dopo la morte di Rosselli, a parte questi due
esempi 'nobili' di segno opposto, si può notare,
giorno per giorno, una sorta di involuzione, una perdita
delle posizioni europeiste che Rosselli aveva portato avanti,
forse con una certa discontinuità ed apparente confusione,
ma sicuramente senza essere compreso a fondo. Lo scenario
che si presenta ai superstiti del 'gruppo storico' di GL
(Lussu, Cianca) e agli altri collaboratori di Rosselli,
quali Garosci, è quello di un progressivo dilagare
fascista su tutti i fronti, dall'annessione dell'Austria
al Reich, alla fine della resistenza spagnola e al Patto
di Monaco; un evolversi dei fatti che provoca reazioni diverse
nel movimento: alcune volte emerge la preoccupazione per
l'accesso di Hitler al Brennero; altre invece risalta l'appello
per una generica "Federazione immensa degli oppressi,
dei proscritti, dei lavoratori, dei sindacati" per
combattere l'inerzia delle democrazie europee. Dominante
è comunque, dal '38 in poi, il timore della fine
dell'indipendenza politica dell'Italia, ormai legata al
carro tedesco e sotto la minaccia di una possibile azione
controrivoluzionaria tedesca, cosicché "riconquistare
l'indipendenza politica dell'Italia è compito rivoluzionario
dell'antifascismo".
In questo clima di rinnovata attenzione all'integrità
territoriale dell'Italia, che emerge dalle pagine del settimanale
più spesso di quanto si pensi, si pone anche la proposta
di promuovere un "Consiglio Nazionale degli Italiani",
per coordinare e dirigere un intervento armato per rovesciare
il fascismo. Potrebbe sembrare, a prima vista, una naturale
evoluzione della parola d'ordine "Oggi in Spagna, domani
in Italia", ma manca, in tale appello, la visione europea
del problema dell'abbattimento del fascismo, che Rosselli
non aveva fatto mancare nel movimento: non è abbattimento
del fascismo per rifondare una nuova Europa sull'esempio
della rivoluzione italiana; è abbattere il fascismo
per evitare una tutela preservatrice del nazismo che perpetuerebbe
il regime ad libitum con le sorti della Germania. Nell'Europa
del 1938 importante è diventata l'azione militare;
la ricchezza delle intuizioni avute da Rosselli nella situazione
internazionale, tutto sommato ancora incerta del 1936-7,
è scomparsa e GL va avanti con la forza di inerzia
delle ultime posizioni rosselliane.
Senza tuttavia comprenderle.
Un esempio potrebbe essere l'articolo in inglese dello stesso
Lussu, dedicato proprio al tema del Federalism, che apparve
sulle colonne di "G e L" agli inizi del 1939.
In esso si vorrebbe presentare la teoria del federalismo
di GL ad uso dei paesi anglosassoni, nella rilettura di
"Tirreno"; sarebbe stata un'ottima occasione per
legare l'analisi del federalismo infranazionale giellista
a quella hamiltoniana, visto che si voleva parlare ai paesi
anglosassoni (ammesso che vi fossero ascoltatori attenti).
Invece tutto l'articolo si snoda sulla critica dello stato
centralizzato italiano, un tema ben noto ma che oramai,
alla vigilia dell'assalto tedesco al potere mondiale, con
la vergogna del Patto di Monaco già consumata, voleva
dire aggrapparsi ai soliti temi dell'emigrazione del 1932,
affermare genericamente, in quello spirito, che "Federalism
will be above all a guarantee of liberty"; avere, per
parafrasare Valiani, un orizzonte spirituale limitato e
un senso del nuovo attutito.
La strada era comunque aperta per i federalisti europei
che, sebbene abbiano elaborato la teoria del federalismo
indipendentemente da qualsiasi influsso rosselliano , trovarono
poi un facile terreno di penetrazione nel Partito d'Azione
del Nord Italia, proprio in forza ad un "europeismo
sentimentale" - sebbene poco meditato - che, almeno
in questa lettura, ebbe in Rosselli il suo principale ispiratore
e in Altiero Spinelli il suo più accanito e coerente
attore.