Congresso
di Salice Terme - Interventi al Convegno
Mario Giovana - Omaggio a Leo Valiani
(...) tenace e ferrea, addirittura morale
e ideale. Valiani aveva una sorta di temperamento a lama
di spada, c’era una dolcezza nascosta che era però
fortemente caratterizzata da una grande intransigenza sulle
cose di fondo della morale, della vita e delle scelte ideali.
Valiani aveva una capacità di storico che teneva
spesso celata dietro questo aspetto di tormentata problematicità
del suo pensiero e del suo modo di essere rispetto alla
politica; questo spiega anche perché a un certo punto
non è più stato uomo politico ma è
ridiventato uomo della pubblicistica, degli studi, ecc..
Io ricorderò soltanto tre libri, che a mio avviso
costituiscono la parte centrale dell’opera di Valiani,
uno in particolare, che credo sia un contributo di eccezionale
importanza alla storiografia contemporanea, è “Il
tramonto dell’Impero Austroungarico”. Tutti
gli storici che hanno letto quel libro sanno che genere
di contributo alla storiografia contemporanea c’è
in quel volume. L’altro è “La storia
del socialismo europeo”, il terzo, esemplare per chiarezza
e abilità narrativa, è “Tutte le strade
conducono a Roma”, che è la storia della sua
esperienza nella vicenda resistenziale.
Io credo che questo spessore di vita di
Leo richieda una riflessione molto attenta. Era uomo di
una grande linearità morale, di una scabra tenacia
che spesso aveva degli aspetti di angolosità, di
asprezza. Erano il prodotto di questa sua esigenza di essere
sempre fermamente presente ai doveri della sua coscienza
morale che si era imposta.
Dentro la storia personale di uomini come
Leo Valiani - e poi troviamo le similarità come Parri,
Ginzburg, Foe e tutta la storia dei padri fondatori di giustizia
e libertà - c’è questa preminenza della
lotta politica, della militanza come dovere morale. Questo
è l’aspetto centrale della devozione che Valiani
portò al suo compito di militante. Su questo aspetto
credo ci siano ancora molte cose da dare e che questo sia
stato un contributo fondamentale di quella singolare ...
intellettuale e cospirativa che sono stati gli uomini di
GL, soprattutto nella parte centrale dell’esperienza
giellista in Italia tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta.
Se dobbiamo illuminare nella nostra memoria
la figura di Leo Valiani, io credo che i riflettori debbano
essere puntati su questa figura: Valiani era un uomo dai
commenti secchi e anche dai pochi abbandoni sentimentali,
ma aveva questa enorme capacità di comprensione umana.
Se me lo consentite io vado a un ricordo
personale. Nel 1958 Emilio Lussu e Sandro Pertini, che avevano
un altissimo quoziente di litigiosità interpersonale,
ma che quando c’erano certe scadenze riuscivano a
mettersi d’accordo, mi chiesero di andare in Spagna
a portar via, perché era già stato in carcere
e si prevedeva che lo avrebbero nuovamente imprigionato,
l’ex Rettore dell’Università di Salamanca,
grande storico del barocco, Enrique Tierno Galvan, che fu
poi il primo sindaco socialista di Madrid dopo la caduta
del franchismo. Era molto malato, in pessime condizioni
fisiche, Lussu e Pertini avevano preparato una trafila che
nei suoi aspetti fondamentali ricordava un po’ quella
messa in piedi da Parri e dallo stesso Pertini per portare
via anni prima Filippo Turati e metterlo in salvo dalle
squadracce fasciste in Francia. Io andai a Madrid, Galvan
era veramente in condizioni fisiche pessime, cercai insistentemente
di convincerlo che lo portavamo in salvo, si rifiutò
dicendomi: “Se va via la gente come me, i compagni
hanno il diritto di desistere dalla lotta. Noi non possiamo
dare questi cattivi esempi”. Quando tornai in Italia
mi capitò poco dopo di incontrare Valiani, forse
a un convegno storico, e gli raccontai quest’episodio,
gli dissi che molto freddamente la mia valutazione era che
le ragioni morali che Enrique Galvan erano senz’altro
nobili, ma molto freddamente la necessità che venisse
via prima di essere nuovamente portato in galera, con la
prospettiva di lasciarci la pelle.., e Valiani mi disse
una cosa, anche lì quando diventava dura aveva una
sorta di pronuncia sibilante, disse: “No, si fa così.
Vogliono metterlo dentro perché vogliono esorcizzare
le idee”.
Mi è rimasta sempre in mente questa
frase, questo commento secco fatto come faceva lui i commenti
a queste cose; mi è tornata in mente quando ho appreso
dai giornali che di fronte alla sua salma non hanno avuto
accesso i compagni partigiani e c’è stato un
sbavamento, non so quale mezzobusto di protocollo municipale
o d’altro abbia deciso questo, ma in quell’episodio
io ho risentito quella volontà di esorcizzare le
idee, di esorcizzare la memoria che è tipica dei
mezzobusti, delle figure miserabili di una società.
Leo Valiani forse si sarà rivoltato nella cassa,
ma certamente se avesse potuto fare un commento a quell’episodio
sarebbe stato di una durezza estrema.
L’uomo era questo, era intransigente,
non era l’uomo della mediazione politica. Io sono
sempre stato convinto che Leo Valiani avesse una sorta di
inibizione fisiologica a essere il politico corrente, perché
gli mancava la virtù della mediazione. Quello che
riteneva che fosse da dire e da fare era quello e non si
mediava, era un po’ la contrifigura per certi aspetti
di Pertini; erano uomini che avevano questa secchezza che
era la loro forza, era quello che gli aveva permesso di
affrontare la galera, il confino, ecc., in nome di una intransigenza
antifascista che niente avrebbe potuto vincere. Penso che
il modo migliore di ricordare brevemente la figura del compagno
Leo Valiani sia proprio di averlo nella memoria con questo
risalto di altezza e di nobiltà morale e di tenacia
nel perseguire quell’idea di civiltà. Perché
l’antifascismo era ed è un’idea di civiltà,
che non si può conciliare neppure coi te deum in
chiesa, con il suo contrario. Non esiste un problema storicamente
di conciliabilità degli opposti, la storia non è
una notte in cui tutti i gatti sono bigi, esiste umanamente
il problema di riconoscere la buona fede degli avversari
e rispettare i morti del campo avverso, e questo è
giusto e doveroso chiederlo. Ma non esiste la conciliabilità
tra le cose inconciliabili; la storia è differenza,
la storia segna degli spartiacque e noi abbiamo avuto la
buona ventura di essere dalla parte di quello spartiacque
in cui c’erano le verità di Valiani.
Io credo che sia un grande onore, per la
vita di tutti noi, mantenere fede a quel messaggio. Grazie.
Aldo
Aniasi
Ieri
abbiamo ricevuto come molti sanno numerosissimi messaggi,
non tutti abbiamo potuto leggerli, anche di rappresentanti
dei combattenti di altri paesi stranieri, di associazioni,
di enti, abbiamo ricevuto il messaggio del Presidente della
Repubblica, cui abbiamo risposto con un ringraziamento caloroso,
anche per il contenuto di quel messaggio che era assai confortante,
e abbiamo dato lettura di un messaggio del Presidente del
Consiglio, che non era formale ma esprimeva sentimenti che
sono i nostri; un messaggio che abbiamo accolto veramente
con entusiasmo, io vorrei solo leggervi una frase che dà
il senso delle sue, che sono le nostre, preoccupazioni:
“So anche che il vostro pensiero e le vostre preoccupazioni
sono rivolte alle nuove generazioni”. Più avanti
aggiunge: “Io ho fiducia che l’impegno per sconfiggere
la cultura dell’oblìo avrà successo
e la testimonianza e l’esperienza della vostra generazione
finirà per avvicinare e rendere più sensibili
a queste idee le nuove generazioni, anche più di
quanto sia possibile ora a noi”.
Poi,
nella conclusione, dice: “Purtroppo in Italia c’è
il rischio che possa avanzare una svalutazione del significato
dell’antifascismo, nella ricostituzione di una vita
democratica del nostro Paese. Il vostro Congresso è
la dimostrazione che si può ostacolare una cultura
dell’oblìo, il processo che tende ad archiviare
piuttosto che a studiare il nostro passato. Lo sapete, per
la mia storia personale e per le mie idee sono con voi”.
Allora
noi abbiamo elaborato una risposta, vorrei sottoporla anche
alla vostra approvazione, che credo avverrà con acclamazione.
“Il Congresso Nazionale della F.I.A.P. e i delegati
delle associazioni aderenti, riuniti per celebrare il cinquantesimo
della Fondazione all’insegna dell’unità
della resistenza, e per ricordare il primo presidente, Ferruccio
Parri, e il presidente onorario Leo Valiani, La ringrazia
per il messaggio che ci ha inviato che ci conforta nel nostro
impegno. L’esigenza di salvaguardare il significato
dell’antifascismo e della resistenza, elementi portanti
della Repubblica e della sua Costituzione, sono il nostro
principale obiettivo, in particolare oggi, quando, come
anche Lei sottolinea, vi è il rischio che l’archiviazione
storica e malintesi propositi di pacificazione tendano a
cancellare le differenze tra chi ha combattuto per la libertà
e per la giustizia e chi per le barbarie. La difesa degli
ideali della resistenza non è una orgogliosa rivendicazione
del nostro passato di combattenti, ma è la difesa
del nostro Stato repubblicano. La F.I.A.P., che si rifà
agli ideali del Movimento di Giustizia e Libertà,
oggi patrimonio comune di molta parte del Paese, ma per
molti anni forse minoritari, guarda con preoccupazione all’emergere
in molte parti d’Europa e anche in Italia di forze
politiche e culturali che si ispirano a modelli reazionari
quando non dichiaratamente antisemiti, razzisti e neofascisti.
In questo senso la nostra vigilanza e il nostro impegno
saranno costanti, nel ricordo di tutti coloro, a cominciare
dai fratelli Rosselli, di cui oggi discutiamo in Convegno,
che per primi seppero coniugare antifascismo e costruzione
dell’Europa unita. Tuttavia, forse ancora più
pericoloso è il lento ma costante procedere di una
svalutazione del significato dell’antifascismo, lo
strisciante procedere dell’oblìo, il subdolo
progredire di un revisionismo storico, culturale che mette
in discussione, come egli stesso afferma, le forme della
memoria politica fissatesi all’indomani della seconda
guerra mondiale.
Il
nostro non è un Congresso di testimonianza, non a
caso si conclude con una riflessione su Giustizia e Libertà
e il socialismo liberale; è un congresso di lotta
in difesa degli ideali imperituri della resistenza.
Consapevoli
di poterLa annoverare fra i sostenitori delle nostre idee,
Le rivolgiamo un appello perché maggiore sia l’impegno
della scuola e delle istituzioni nel diffondere nelle nuova
generazioni questo patrimonio di idee, perché è
proprio tra le nuove generazioni che maggiore è il
rischio dell’oblìo, dell’archiviazione
e della rimozione. Per questo lavoro Le assicuriamo che
potrà sempre contare sulla F.I.A.P. e sulle associazioni
ad essa associate”.
Ringraziamo
nuovamente il Presidente del Consiglio, siamo confortati
ed incoraggiati.
Entriamo
nel vivo dei nostri lavori dando la parola alla professoressa
Arianne Landuyt, studiosa del socialismo liberale e di Rosselli,
nostra carissima amica che interviene sempre nei nostri
convegni.