Nel
1942, diciassettenne, entrai a far parte a Napoli di un
gruppo clandestino di Italia Libera, emanazione del partito
d’azione, organizzato da un piccolo libraio, Ettore
Ceccoli, amico di mio padre. Fu allora che sentii per la
prima volta il nome di Carlo Rosselli, e non era quello
dell’autore di Socialismo liberale, ma di un compagno
e di un capo caduto sotto il "ferro freddo" fascista.
A
guerra finita nelle preziose Edizioni U che ricordo come
una delle prime e più affascinanti fonti della mia
cultura, lessi il suo libro e insieme l’appassionata
biografia che gli aveva dedicato Aldo Garosci. Mi è
capitato più volte dopo di allora di riprenderlo
tra le mani, dopo aver letto tutti i suoi scritti e dopo
aver scritto più volte di lui, e me ne è rimasta
confermata la convinzione che quel libro è una tappa
e non un punto di approdo nello svolgersi di un pensiero
sempre collegato, fino a esserne condizionato dalle necessita
dell’azione e rimasto inconcluso perché troncato
alla morte. È per questo che provo un senso di fastidio
di fronte a certe manipolazioni strumentali, condotte da
personaggi che forse del suo libro conoscono solo il titolo,
e che tendono a presentarlo come il teorico di un socialismo
ridotto a una mistura insipida di socialismo moderato e
di liberalismo temperato dal filantropismo, a farne un epigone
di Ivanoe Bonomi _ "il socialista che si contenta",
lo definita Salvemini _ e il precursore di una sinistra
di trovatelli alla ricerca di un padre putativo.
Quel
libro è stato la mia prima bibbia socialista, fu
per esso, e per un discorso su Rosselli di Tristano Codignola
che ascoltai in un’assemblea della Gioventù
d’Azione che nel 1947 seguii Saragat nella sua scissione
e fu per esso che un anno dopo lo abbandonai.
Rosselli
appartenne a quella che Garosci, finemente analizzandola,
definiva "la generazione della guerra", quella
che aveva visto democratici, rivoluzionari e nazionalisti,
uniti dall’antigiolittismo, convergere in un sogno
di rigenerazione della nazione. La fine della guerra aveva
provocato un tormentato processo di decantazione. Le avanguardie
di sinistra avevano risposto al richiamo dell’ottobre
rosso, quelle contrapposte avevano creduto nel mito della
"vittoria mutilata".
Rosselli
fa parte a sé, già eretico in una minoranza
il cui primo nucleo che si viene formando a Firenze, alla
scuola di Salvemini, critico del socialismo ufficiale, ma
aperto ai problemi, non solo economici, del mondo del lavoro.
Nella
scalmana del dopoguerra Rosselli è tra i pochi giovani
che guardano al socialismo democratico. Tra le sue lettere
c’è la Critica Sociale, tra i suoi maestri
Alessandro Levi, suo parente, e Rodolfo Mondolfo. Il suo
credo politico si esprimeva, notava Salvemini, nelle forme
vulcaniche proprie del suo temperamento, ma di fatto non
andava oltre i confini di un onesto laburismo. Va anche
detto, però, che già allora egli poneva il
problema di una liberalizzazione del socialismo che non
andava nel senso di un annacquamento dei programmi, ma di
una esplicita assunzione critica della cultura e dei valori
della civiltà liberale, languente per asfissia sotto
la cappa dei suoi interessi di classe, divenuti nel tempo
sempre più mortificanti e soffocanti. Il suo socialismo
è liberazione dell’essere umano, è umanesimo
integrale.
L’avvento
del fascismo complica le cose. Il problema del rinnovamento
del socialismo si intreccia a quello della lotta contro
il fascismo. Matteotti gli dà la risposta giusta,
indica la via da battere. Rosselli lo eleva ad esempio,
aderisce, e con lui Salvemini, al partito di Matteotti,
scende in campo aperto, dà vita a Firenze al primo
giornale clandestino antifascista, il Non Mollare, con lui,
raccolto intorno a Salvemini, un piccolo gruppo di amici,
che costituiscono "in nuce" il nucleo dal quale
nascerà il movimento di Giustizia e Libertà.
Ma
il martirio di Matteotti non vale ad arrestare la crisi
del movimento socialista. La vecchia guardia, Turati in
testa, ne salva nobilmente l’onore, non riesce a risalire
la china, lascia aperto il problema di portare a compimento
un processo di rinnovamento che dia al socialismo una politica
adeguata ai bisogni dei tempi nuovi e che dovrà necessariamente
qualificarsi sul terreno della lotta al fascismo. È
qui che Rosselli trova il suo campo d’impegno. Fuori
delle vecchie correnti, aperta a tutti gli apporti, fonda
la rivista dell’autocritica socialista Quarto Stato,
vi associa alla direzione Pietro Nenni, uomo anche lui della
"generazione della guerra", dai trascorsi repubblicani,
interventisti e massimalisti, espunto e quasi espulso dalle
file del massimalismo ufficiale.
L’esperimento
è assai promettente, il dibattito che vi si apre
è di appassionante interesse, ma dura poco. A meno
di un anno dalla sua nascita la rivista è soppressa.
Il
socialismo di Matteotti resta il punto di riferimento. Turati
ne resta il simbolo ed è Rosselli ad attribuirgli
il ruolo di rappresentante dell’Italia libera e civile
in Europa, a ideare, a organizzare, a finanziare e a guidare
di persona la sua evasione dall’Italia. Seguono il
processo di Savona, il confino a Lipari dove nella forzata
inazione scrive Socialismo liberale.
I
temi, organicamente argomentati, sono quelli affrontati
in Quarto Stato, e meriterebbero un’analisi articolata
e puntuale. Il rinnovamento del socialismo italiano _ è
questo mi pare il tratto di maggiore originalità
e di maggiore vitalità del libro _ deve fare il salto
dal terreno economico, dove esso ha prevalentemente operato,
a quello politico, deve sbarazzarsi del suo antiquato bagaglio
ideologico, deve riscoprire l’incidenza dei fattori
di natura etico-politica nella realtà e ritrovare
lo spirito messianico dei suoi pionieri, deve rivedere la
sua dottrina, scrollarsi di dosso quegli elementi di fatalistico
determinismo dei quali il marxismo è intriso, rivalutare
il volontarismo quale fattore decisivo dell’azione
politica. Una visione della storia quale mero prodotto della
evoluzione economica comporta l’appiattimento nel
riformismo o l’evasione nel massimalismo e, nei momenti
critici, l’uno e l’altro portano alla disfatta.
Il
fascismo è visto ancora come un fatto tipicamente
italiano, frutto di un Risorgimento incompiuto, deviato
e compresso dalla monarchia, ma del fascismo sono colti
quei caratteri che gli hanno consentito di trionfare, riconducibili
alla fiducia nella possibilità di violentare, contro
i razionalismi tradizionali, il corso della storia.
È
questo il bagaglio di esperienze e di idee che Rosselli,
volontaristicamente ribellandosi con l’evasione a
chi vuole relegarlo in un’isola di deportazione, porta
in Francia.
È
di qui che prende una nuova fase nella quale, senza concedere
pause all’azione, rielabora le proprie idee e le esperimenta.
Il suo libro viene pubblicato e discusso, ma l’accoglienza
nell’ambiente socialista, anche da parte di uomini
che lo amano paternamente come Turati e come Treves, non
è quella che egli si aspetta. Tentare un bilancio
dei torti e delle ragioni sarebbe di grande interesse, ma
ci porterebbe assai lontano. Resta il fatto che le tradizioni,
radicate nella storia, resistono all’urto del giovane
iconoclasta e con esse Rosselli deve venire a patti.
L’antifascismo
repubblicano democratico e socialista si è data una
propria organizzazione unitaria, la Concentrazione antifascista
alla quale fa capo anche la CGL ricostituita in terra d’esilio
per opera di Bruno Buozzi, ha anche un proprio organo di
stampa magistralmente diretto da Claudio Treves, che ha
conquistato credito e prestigio anche nell’ambiente
politico francese. È ad essa che Rosselli si collega,
ma rivendicando una propria autonomia. Il suo proposito
originario era stato quello di "archiviare le tessere"
per fondere in una formazione politica nuova le rappresentanze
dei vecchi partiti per dar vita a un movimento libertario
nel suo spirito ma che abbia quei caratteri di modernità
nell’uso delle ideologie, nelle tecniche organizzative,
nell’articolazione della propaganda, che fascisti
e comunisti hanno saputo acquisire. Rispetto a Socialismo
liberale l’elemento nuovo è che il problema
di un adeguamento ai tempi non riguarda più solo,
o principalmente il movimento socialista, ma tutte le rappresentanze
della democrazia antifascista, e questo potrà avvenire
attraverso il dibattito delle idee, ma anche e soprattutto
con l’impegno nell’azione. Per questo ha bisogno
di un suo strumento, piccolo, agile e ardito, che operi
anche in Italia nella clandestinità, come i comunisti
hanno dimostrato di saper fare, che organizzi spericolate
imprese in direzione dell’Italia, che gli consenta
anche avventure ideologiche fuori di ogni ortodossia. Qui
la ragione della nascita del suo movimento sotto la sigla
carducciana di Giustizia e Libertà, che rivendica
una propria autonomia nei confronti della Concentrazione
e ne ottiene il monopolio dell’azione in Italia.
Il
socialismo, anche se a ritmo che Rosselli trova troppo lento,
in realtà, si va rinnovando. In Francia i due partiti
residuati dalla scissione del 1922 si sono unificati, uomini
provenienti dalla "generazione della guerra",
come Pietro Nenni e Giuseppe Saragat vi hanno assunto il
posto dei vecchi patriarchi, è arrivato a Parigi,
evaso anche lui dall’Italia Giuseppe Faravelli che
aveva operato a Milano, con Rodolfo Morandi, nella cospirazione
"giellista".
Rosselli
lo riconosce, ma è ormai convinto che i partiti non
siano in grado di compiere il salto necessario. Il movimento
egli dichiara è sorto al di fuori dei partiti non
per una pregiudiziale antipartitica, ma perché la
battaglia contro il fascismo non è concepibile su
una piattaforma di partito e la ragione sta nel fatto che
il trionfo del fascismo fu il frutto, anche, della crisi
dei partiti, i quali, afferma, conservano ancora alcuni
caratteri che contrastano con le esigenze della lotta antifascista.
Con
i socialisti Rosselli firma un patto di collaborazione.
Ma le distanze non si accorciano. L’insofferenza nei
confronti delle tradizioni, con quello che esse portano
di negativo ma anche di positivo lo pervade, anche l’Internazionale
socialista diventa bersaglio di non immeritati colpi.
L’ansiosa
ricerca del nuovo e il gusto per le avventure intellettuali
e politiche lo spingono fino ad avvicinarsi _ ma lo farà
anche Modiglianio _ a una frazione minoritaria del socialismo
francese, i "néos", i neosocialisti, che
si caratterizzano e anche con buone ragioni per la critica
severa del torpore ideologico e dell’immobilismo politico
del socialismo ufficiale, che danno per morta l’Internazionale,
che respingono il finalismo marxista e teorizzano la necessità
di fasi di transizione di durata indefinita a economia mista,
e che con ragioni non buone dicono che per opporsi al fascismo
sia necessario far proprie alcune delle sue parole d’ordine.
È una via scivolosa sulla quale alcuni di loro non
si fermeranno e andranno tanto oltre da convertirsi al fascismo.
Il
suo travaglio si riflette nella vita interna del suo piccolo
movimento dove si registrano polemiche, dissensi, distacchi
che non hanno mai strascichi di rancori settari ma che fanno
da ostacolo, soprattutto dopo lo scioglimento consensuale
della Concentrazione, alla sua possibilità di esercitare
una influenza diretta sul mondo dell’antifascismo
emigrato.
L’avvento
di Hitler al potere segna l’inizio della nuova e ultima
fase nel pensiero e nell’azione di Carlo Rosselli.
Questa volta non c’è un libro a segnarne l’inizio,
ma un articolo destinato a rimanere famoso, La guerra che
torna. La intuizione, in via di maturazione da che ha messo
piede in Francia, che il fascismo non sia una manifestazione
deteriore di folklore politico italiano ma un fenomeno a
dimensione europea, diventa un’acquisizione definitiva
ed è in relazione ad essa che vanno elaborate le
strategie e le tattiche dell’antifascismo. Nell’articolo,
offendendo il pacifismo socialista, Rosselli auspicava,
pur sapendolo impossibile, un intervento delle potenze democratiche
contro la Germania nazista, prima che essa procedesse al
proprio riarmo.
Gli
eventi che direttamente e indirettamente ne conseguiranno
saranno l’attacco del clerico-fascista Dolfuss alla
Comune socialdemocratica di Vienna concluso con forche e
plotoni d’esecuzione, l’uscita dall’isolamento
diplomatico dell’URSS e il congresso della Internazionale
comunista che rovescia, senza peraltro farne autocritica,
la formula del "socialfascismo" e lancia la politica
dell’unità antifascista e vi impegna tutti
i partiti comunisti, l’impresa etiopica di Mussolini,
i fronti popolari di Francia e di Spagna, la sedizione franchista
e la guerra civile spagnola.
È
l’ultima e più esaltante stagione nella vita
di Carlo Rosselli. Le esperienze, tutte di alta drammaticità
si susseguono, si accumulano, su di esse egli modella il
suo pensiero.
Il
crollo inglorioso delle sinistre tedesche, e in esse della
già presunta potente socialdemocrazia, dimostra l’immaturità
politica e l’incapacità tecnica del tradizionali
partiti operai, comunisti compresi, a fronteggiare l’irruzione
di quel fenomeno nuovo che è il nazismo; il plebiscito
della Saar che si traduce in una vittoria di Hitler, ridesta
il suo disprezzo per la massa, "brutale, ignorante,
impotente _ gli si perdoni la rozzezza maschilista _ femminile"
e il suo scetticismo verso la democrazia intesa quale conta
dei numeri. Contro le maggioranze amorfe, dice "siamo
liberali, libertari, rivoluzionari". L’eroismo
degli operai di Vienna che hanno combattuto e sono caduti
senza speranza di vittoria, dimostra che la tendenza si
va invertendo, che il nazifascismo troverà d’ora
innanzi delle resistenze armate e che la classe operaia
ne costituirà il nucleo. I fronti popolari sono il
frutto delle intese tra diplomazie partitiche e pesano su
di esse ipoteche internazionali, ma qualcosa si è
messo in moto che acquisterà una propria autonoma
forza che potrà combattere e battere il fascismo
sul suo stesso terreno, accendendo passioni, mobilitando
energie, esaltando le volontà.
La
guerra di Spagna è il sogno che si fa storia. Alla
sedizione franchista risponde una sollevazione delle masse
popolari imponente e possente. Il tentativo di colpo di
stato diventa guerra civile, guerra civile spagnola, guerra
civile europea tra fascismo e antifascismo. Il combattente
veste la tuta dell’operaio. Rosselli è il primo
a organizzare una colonna di volontari, a prendere posizione
sul fronte tenuto dagli anarchici per dichiarare e conservare
la propria autonomia dei partiti, vive la sua epopea, prende
nota della miopia e della codardia delle democrazie europee.
Fascisti e nazisti scendono in campo riconoscendo la natura
ideologica dello scontro, le democrazie inventano il "non-intervento".
"Solo la Russia _ nota Rosselli _ tra le grandi potenze,
vuole la vittoria dei repubblicani. Ma per salvare la sua
sempre più precaria alleanza con la Francia, trattiene
anziché arroventare, la rivoluzione. Così
la rivoluzione è rimasta sola in Europa". Sono
in prevalenza comunisti i volontari delle brigate internazionali.
È vero che il regime di Stalin promette "libertà
ai popoli" e condanna al colpo alla nuca, dopo allucinanti
processi, i "traditori del socialismo" mentre
i comunisti in Spagna combattono con eroica efficienza ma
praticano anche il "terrorismo ideologico" e non
ideologico nei confronti dei dissidenti, degli eretici,
dei veri e presunti estremisti. Ma sono i delitti di un
regime rivoluzionario accerchiato, che ha mille motivi per
diffidare dei governi democratici e per temere le infiltrazioni
degli agenti nazisti. Ma con questo si faranno i conti dopo,
quello che conta è che il movimento delle masse è
entrato nel circuito della lotta al nazifascismo con una
carica libertaria inestinguibile e sarà essa a dare
l’impronta alla storia in divenire. La guerra di Spagna
diventa così il primo atto della guerra europea contro
il fascismo. "Oggi in Spagna, domani in Italia",
è la parola l’ordine che Rosselli lancia attraverso
quel nuovissimo strumento di propaganda che è la
radio, che indirizza alle truppe fasciste che conosceranno
la sconfitta di Guadalajara ad opera dei volontari italiani.
Anche
questa volta, in una pausa della lotta, Rosselli ripiega
nella riflessione, traccia un bilancio, apre una prospettiva.
Lo fa con gli articoli che hanno a tema l’unificazione
politica del proletariato italiano.
I
titoli che il suo movimento ha per lanciare la proposta
stanno nella definizione che egli ne dà e che ha
il vigore di un giudizio storico perfetto: "Giustizia
e Libertà si potrebbe definire come il primo movimento
europeo integralmente antifascista, perché nel fascismo
vede il fatto centrale, la novità tremenda del nostro
tempo e perché la sua opposizione deriva non già
dalla difesa di posizioni precedentemente acquisite ma da
una volontà di liberazione che si sprigiona dallo
stesso mondo fascista".
Le
convergenze tra i partiti proletari che si sono realizzate
hanno già dimostrato la loro inadeguatezza al compito
di vincere il fascismo tagliandone le radici: "Ad abbattere
il fascismo non saranno né il fronte popolare _ che
presuppone la vita democratica e forti partiti _ né
l’unità d’azione che finora ha più
favorito l’irrigidimento dei partiti sulle loro posizioni
rappresentative formali che il loro effettivo ravvicinamento.
Per vincere è necessario dar vita a una formazione
nuova, originale, capace di condurre contro il colosso totalitario
una lotta a un tempo pratica, politica, culturale".
Il perno di questa formazione sarà il proletariato,
ma essa non dovrà assumere il carattere di partito
tradizionale. "Il partito unico del proletariato...
dovrà essere, più che un partito una larga
forza sociale, una sorta di anticipazione della società
futura, di microcosmo sociale con la sua organizzazione
di combattimento, ma anche con la sua vita intellettuale
dal respiro ampio e incitatore". Giustizia e Libertà
vi apporterà l’esigenza del rinnovamento radicale
della lotta proletaria, una interpretazione lucida del fascismo
"non solo come reazione di classe, ma come sprofondamento
sociale", un rapporto intimo con la cultura e la storia
d’Italia e la coscienza dei problemi della sua modernità
e, soprattutto, "una preoccupazione centrale di libertà
non astratta, non formale, basata su una concezione attiva,
emancipatrice, della libertà e della giustizia (autonomie,
consigli)".
Sarebbe
fuorviante e storicamente scorretto considerare questo come
il punto di approdo di Carlo Rosselli. La sua proposta riflette
l’eccezionalità delle circostanze, è
intrisa dell’utopismo della passione, forse anche
della intuizione che l’essere diventato il simbolo
dell’"antifascismo integrale" ha fatto di
lui, come lo fu per Matteotti, l’oggetto dell’odio
omicida di Mussolini.
È,
comunque, un dato incontestabile che alla vigilia della
morte il suo socialismo non è più quello di
"Socialismo liberale", è rigidamente classista,
rivoluzionariamente autonomistico, intimamente libertario.
Quali revisioni vi avrebbe apportate, refrattario com’era
a ogni dottrinarismo, aperto alla comprensione di ogni mutamento
della realtà in cui è calato, non ci è
concesso saperlo.
Io
ho avuto il privilegio di conoscere non pochi degli amici
di Carlo Rosselli e tra essi uno dei meno noti, che non
ha lasciato traccia di sé se non nella fotografia
che ritrae i giovani del Non Mollare, nelle carte del Tribunale
speciale, delle carceri e del confino dove passò
un quindicennio. Il suo cognome appare negli elenchi dei
caduti della Resistenza, è quello di un fratello
assassinato, per errore, al suo posto. Era ferroviere e
si chiamava Nello Traquandi, aveva tutte le virtù
dei cristiani delle catacombe, era il solo uomo al mondo
capace di intimidire Gaetano Salvemini con l’inarcare
di un sopracciglio. Mi onorò della sua amicizia,
mi regalò il libro di Nello Rosselli su Mazzini e
Bakunin e un giorno mi disse: Andiamo insieme a Trespiano
a salutare Carlo e Nello.
Questo
non mi autorizza a considerarmi interprete del pensiero
di Rosselli, mi impone di trasmettervi la sua immagine quale
è rimasta nella mia fantasia e nella mia coscienza:
quella di un compagno che praticò la politica con
lo spirito del credente che non cerca ma non teme il martirio,
che fece dell’antifascismo non una negazione ma una
fede, la fede nella giustizia, la fede nella libertà.