Congresso 50° FIAP a Salice Terme

Pietro Amendola

Vincenzo Visco
Gaetano Arfè
Pietro Graglia
Ariane Landuyt
Mario Giovana
Valdo Spini
Cinzia Rognoni

Fotografie





 
Congresso di Salice Terme - Interventi al Convegno
Gaetano Arfè

Nel 1942, diciassettenne, entrai a far parte a Napoli di un gruppo clandestino di Italia Libera, emanazione del partito d’azione, organizzato da un piccolo libraio, Ettore Ceccoli, amico di mio padre. Fu allora che sentii per la prima volta il nome di Carlo Rosselli, e non era quello dell’autore di Socialismo liberale, ma di un compagno e di un capo caduto sotto il "ferro freddo" fascista.

A guerra finita nelle preziose Edizioni U che ricordo come una delle prime e più affascinanti fonti della mia cultura, lessi il suo libro e insieme l’appassionata biografia che gli aveva dedicato Aldo Garosci. Mi è capitato più volte dopo di allora di riprenderlo tra le mani, dopo aver letto tutti i suoi scritti e dopo aver scritto più volte di lui, e me ne è rimasta confermata la convinzione che quel libro è una tappa e non un punto di approdo nello svolgersi di un pensiero sempre collegato, fino a esserne condizionato dalle necessita dell’azione e rimasto inconcluso perché troncato alla morte. È per questo che provo un senso di fastidio di fronte a certe manipolazioni strumentali, condotte da personaggi che forse del suo libro conoscono solo il titolo, e che tendono a presentarlo come il teorico di un socialismo ridotto a una mistura insipida di socialismo moderato e di liberalismo temperato dal filantropismo, a farne un epigone di Ivanoe Bonomi _ "il socialista che si contenta", lo definita Salvemini _ e il precursore di una sinistra di trovatelli alla ricerca di un padre putativo.

Quel libro è stato la mia prima bibbia socialista, fu per esso, e per un discorso su Rosselli di Tristano Codignola che ascoltai in un’assemblea della Gioventù d’Azione che nel 1947 seguii Saragat nella sua scissione e fu per esso che un anno dopo lo abbandonai.

Rosselli appartenne a quella che Garosci, finemente analizzandola, definiva "la generazione della guerra", quella che aveva visto democratici, rivoluzionari e nazionalisti, uniti dall’antigiolittismo, convergere in un sogno di rigenerazione della nazione. La fine della guerra aveva provocato un tormentato processo di decantazione. Le avanguardie di sinistra avevano risposto al richiamo dell’ottobre rosso, quelle contrapposte avevano creduto nel mito della "vittoria mutilata".

Rosselli fa parte a sé, già eretico in una minoranza il cui primo nucleo che si viene formando a Firenze, alla scuola di Salvemini, critico del socialismo ufficiale, ma aperto ai problemi, non solo economici, del mondo del lavoro.

Nella scalmana del dopoguerra Rosselli è tra i pochi giovani che guardano al socialismo democratico. Tra le sue lettere c’è la Critica Sociale, tra i suoi maestri Alessandro Levi, suo parente, e Rodolfo Mondolfo. Il suo credo politico si esprimeva, notava Salvemini, nelle forme vulcaniche proprie del suo temperamento, ma di fatto non andava oltre i confini di un onesto laburismo. Va anche detto, però, che già allora egli poneva il problema di una liberalizzazione del socialismo che non andava nel senso di un annacquamento dei programmi, ma di una esplicita assunzione critica della cultura e dei valori della civiltà liberale, languente per asfissia sotto la cappa dei suoi interessi di classe, divenuti nel tempo sempre più mortificanti e soffocanti. Il suo socialismo è liberazione dell’essere umano, è umanesimo integrale.

L’avvento del fascismo complica le cose. Il problema del rinnovamento del socialismo si intreccia a quello della lotta contro il fascismo. Matteotti gli dà la risposta giusta, indica la via da battere. Rosselli lo eleva ad esempio, aderisce, e con lui Salvemini, al partito di Matteotti, scende in campo aperto, dà vita a Firenze al primo giornale clandestino antifascista, il Non Mollare, con lui, raccolto intorno a Salvemini, un piccolo gruppo di amici, che costituiscono "in nuce" il nucleo dal quale nascerà il movimento di Giustizia e Libertà.

Ma il martirio di Matteotti non vale ad arrestare la crisi del movimento socialista. La vecchia guardia, Turati in testa, ne salva nobilmente l’onore, non riesce a risalire la china, lascia aperto il problema di portare a compimento un processo di rinnovamento che dia al socialismo una politica adeguata ai bisogni dei tempi nuovi e che dovrà necessariamente qualificarsi sul terreno della lotta al fascismo. È qui che Rosselli trova il suo campo d’impegno. Fuori delle vecchie correnti, aperta a tutti gli apporti, fonda la rivista dell’autocritica socialista Quarto Stato, vi associa alla direzione Pietro Nenni, uomo anche lui della "generazione della guerra", dai trascorsi repubblicani, interventisti e massimalisti, espunto e quasi espulso dalle file del massimalismo ufficiale.

L’esperimento è assai promettente, il dibattito che vi si apre è di appassionante interesse, ma dura poco. A meno di un anno dalla sua nascita la rivista è soppressa.

Il socialismo di Matteotti resta il punto di riferimento. Turati ne resta il simbolo ed è Rosselli ad attribuirgli il ruolo di rappresentante dell’Italia libera e civile in Europa, a ideare, a organizzare, a finanziare e a guidare di persona la sua evasione dall’Italia. Seguono il processo di Savona, il confino a Lipari dove nella forzata inazione scrive Socialismo liberale.

I temi, organicamente argomentati, sono quelli affrontati in Quarto Stato, e meriterebbero un’analisi articolata e puntuale. Il rinnovamento del socialismo italiano _ è questo mi pare il tratto di maggiore originalità e di maggiore vitalità del libro _ deve fare il salto dal terreno economico, dove esso ha prevalentemente operato, a quello politico, deve sbarazzarsi del suo antiquato bagaglio ideologico, deve riscoprire l’incidenza dei fattori di natura etico-politica nella realtà e ritrovare lo spirito messianico dei suoi pionieri, deve rivedere la sua dottrina, scrollarsi di dosso quegli elementi di fatalistico determinismo dei quali il marxismo è intriso, rivalutare il volontarismo quale fattore decisivo dell’azione politica. Una visione della storia quale mero prodotto della evoluzione economica comporta l’appiattimento nel riformismo o l’evasione nel massimalismo e, nei momenti critici, l’uno e l’altro portano alla disfatta.

Il fascismo è visto ancora come un fatto tipicamente italiano, frutto di un Risorgimento incompiuto, deviato e compresso dalla monarchia, ma del fascismo sono colti quei caratteri che gli hanno consentito di trionfare, riconducibili alla fiducia nella possibilità di violentare, contro i razionalismi tradizionali, il corso della storia.

È questo il bagaglio di esperienze e di idee che Rosselli, volontaristicamente ribellandosi con l’evasione a chi vuole relegarlo in un’isola di deportazione, porta in Francia.

È di qui che prende una nuova fase nella quale, senza concedere pause all’azione, rielabora le proprie idee e le esperimenta. Il suo libro viene pubblicato e discusso, ma l’accoglienza nell’ambiente socialista, anche da parte di uomini che lo amano paternamente come Turati e come Treves, non è quella che egli si aspetta. Tentare un bilancio dei torti e delle ragioni sarebbe di grande interesse, ma ci porterebbe assai lontano. Resta il fatto che le tradizioni, radicate nella storia, resistono all’urto del giovane iconoclasta e con esse Rosselli deve venire a patti.

L’antifascismo repubblicano democratico e socialista si è data una propria organizzazione unitaria, la Concentrazione antifascista alla quale fa capo anche la CGL ricostituita in terra d’esilio per opera di Bruno Buozzi, ha anche un proprio organo di stampa magistralmente diretto da Claudio Treves, che ha conquistato credito e prestigio anche nell’ambiente politico francese. È ad essa che Rosselli si collega, ma rivendicando una propria autonomia. Il suo proposito originario era stato quello di "archiviare le tessere" per fondere in una formazione politica nuova le rappresentanze dei vecchi partiti per dar vita a un movimento libertario nel suo spirito ma che abbia quei caratteri di modernità nell’uso delle ideologie, nelle tecniche organizzative, nell’articolazione della propaganda, che fascisti e comunisti hanno saputo acquisire. Rispetto a Socialismo liberale l’elemento nuovo è che il problema di un adeguamento ai tempi non riguarda più solo, o principalmente il movimento socialista, ma tutte le rappresentanze della democrazia antifascista, e questo potrà avvenire attraverso il dibattito delle idee, ma anche e soprattutto con l’impegno nell’azione. Per questo ha bisogno di un suo strumento, piccolo, agile e ardito, che operi anche in Italia nella clandestinità, come i comunisti hanno dimostrato di saper fare, che organizzi spericolate imprese in direzione dell’Italia, che gli consenta anche avventure ideologiche fuori di ogni ortodossia. Qui la ragione della nascita del suo movimento sotto la sigla carducciana di Giustizia e Libertà, che rivendica una propria autonomia nei confronti della Concentrazione e ne ottiene il monopolio dell’azione in Italia.

Il socialismo, anche se a ritmo che Rosselli trova troppo lento, in realtà, si va rinnovando. In Francia i due partiti residuati dalla scissione del 1922 si sono unificati, uomini provenienti dalla "generazione della guerra", come Pietro Nenni e Giuseppe Saragat vi hanno assunto il posto dei vecchi patriarchi, è arrivato a Parigi, evaso anche lui dall’Italia Giuseppe Faravelli che aveva operato a Milano, con Rodolfo Morandi, nella cospirazione "giellista".

Rosselli lo riconosce, ma è ormai convinto che i partiti non siano in grado di compiere il salto necessario. Il movimento egli dichiara è sorto al di fuori dei partiti non per una pregiudiziale antipartitica, ma perché la battaglia contro il fascismo non è concepibile su una piattaforma di partito e la ragione sta nel fatto che il trionfo del fascismo fu il frutto, anche, della crisi dei partiti, i quali, afferma, conservano ancora alcuni caratteri che contrastano con le esigenze della lotta antifascista.

Con i socialisti Rosselli firma un patto di collaborazione. Ma le distanze non si accorciano. L’insofferenza nei confronti delle tradizioni, con quello che esse portano di negativo ma anche di positivo lo pervade, anche l’Internazionale socialista diventa bersaglio di non immeritati colpi.

L’ansiosa ricerca del nuovo e il gusto per le avventure intellettuali e politiche lo spingono fino ad avvicinarsi _ ma lo farà anche Modiglianio _ a una frazione minoritaria del socialismo francese, i "néos", i neosocialisti, che si caratterizzano e anche con buone ragioni per la critica severa del torpore ideologico e dell’immobilismo politico del socialismo ufficiale, che danno per morta l’Internazionale, che respingono il finalismo marxista e teorizzano la necessità di fasi di transizione di durata indefinita a economia mista, e che con ragioni non buone dicono che per opporsi al fascismo sia necessario far proprie alcune delle sue parole d’ordine. È una via scivolosa sulla quale alcuni di loro non si fermeranno e andranno tanto oltre da convertirsi al fascismo.

Il suo travaglio si riflette nella vita interna del suo piccolo movimento dove si registrano polemiche, dissensi, distacchi che non hanno mai strascichi di rancori settari ma che fanno da ostacolo, soprattutto dopo lo scioglimento consensuale della Concentrazione, alla sua possibilità di esercitare una influenza diretta sul mondo dell’antifascismo emigrato.

L’avvento di Hitler al potere segna l’inizio della nuova e ultima fase nel pensiero e nell’azione di Carlo Rosselli. Questa volta non c’è un libro a segnarne l’inizio, ma un articolo destinato a rimanere famoso, La guerra che torna. La intuizione, in via di maturazione da che ha messo piede in Francia, che il fascismo non sia una manifestazione deteriore di folklore politico italiano ma un fenomeno a dimensione europea, diventa un’acquisizione definitiva ed è in relazione ad essa che vanno elaborate le strategie e le tattiche dell’antifascismo. Nell’articolo, offendendo il pacifismo socialista, Rosselli auspicava, pur sapendolo impossibile, un intervento delle potenze democratiche contro la Germania nazista, prima che essa procedesse al proprio riarmo.

Gli eventi che direttamente e indirettamente ne conseguiranno saranno l’attacco del clerico-fascista Dolfuss alla Comune socialdemocratica di Vienna concluso con forche e plotoni d’esecuzione, l’uscita dall’isolamento diplomatico dell’URSS e il congresso della Internazionale comunista che rovescia, senza peraltro farne autocritica, la formula del "socialfascismo" e lancia la politica dell’unità antifascista e vi impegna tutti i partiti comunisti, l’impresa etiopica di Mussolini, i fronti popolari di Francia e di Spagna, la sedizione franchista e la guerra civile spagnola.

È l’ultima e più esaltante stagione nella vita di Carlo Rosselli. Le esperienze, tutte di alta drammaticità si susseguono, si accumulano, su di esse egli modella il suo pensiero.

Il crollo inglorioso delle sinistre tedesche, e in esse della già presunta potente socialdemocrazia, dimostra l’immaturità politica e l’incapacità tecnica del tradizionali partiti operai, comunisti compresi, a fronteggiare l’irruzione di quel fenomeno nuovo che è il nazismo; il plebiscito della Saar che si traduce in una vittoria di Hitler, ridesta il suo disprezzo per la massa, "brutale, ignorante, impotente _ gli si perdoni la rozzezza maschilista _ femminile" e il suo scetticismo verso la democrazia intesa quale conta dei numeri. Contro le maggioranze amorfe, dice "siamo liberali, libertari, rivoluzionari". L’eroismo degli operai di Vienna che hanno combattuto e sono caduti senza speranza di vittoria, dimostra che la tendenza si va invertendo, che il nazifascismo troverà d’ora innanzi delle resistenze armate e che la classe operaia ne costituirà il nucleo. I fronti popolari sono il frutto delle intese tra diplomazie partitiche e pesano su di esse ipoteche internazionali, ma qualcosa si è messo in moto che acquisterà una propria autonoma forza che potrà combattere e battere il fascismo sul suo stesso terreno, accendendo passioni, mobilitando energie, esaltando le volontà.

La guerra di Spagna è il sogno che si fa storia. Alla sedizione franchista risponde una sollevazione delle masse popolari imponente e possente. Il tentativo di colpo di stato diventa guerra civile, guerra civile spagnola, guerra civile europea tra fascismo e antifascismo. Il combattente veste la tuta dell’operaio. Rosselli è il primo a organizzare una colonna di volontari, a prendere posizione sul fronte tenuto dagli anarchici per dichiarare e conservare la propria autonomia dei partiti, vive la sua epopea, prende nota della miopia e della codardia delle democrazie europee. Fascisti e nazisti scendono in campo riconoscendo la natura ideologica dello scontro, le democrazie inventano il "non-intervento". "Solo la Russia _ nota Rosselli _ tra le grandi potenze, vuole la vittoria dei repubblicani. Ma per salvare la sua sempre più precaria alleanza con la Francia, trattiene anziché arroventare, la rivoluzione. Così la rivoluzione è rimasta sola in Europa". Sono in prevalenza comunisti i volontari delle brigate internazionali. È vero che il regime di Stalin promette "libertà ai popoli" e condanna al colpo alla nuca, dopo allucinanti processi, i "traditori del socialismo" mentre i comunisti in Spagna combattono con eroica efficienza ma praticano anche il "terrorismo ideologico" e non ideologico nei confronti dei dissidenti, degli eretici, dei veri e presunti estremisti. Ma sono i delitti di un regime rivoluzionario accerchiato, che ha mille motivi per diffidare dei governi democratici e per temere le infiltrazioni degli agenti nazisti. Ma con questo si faranno i conti dopo, quello che conta è che il movimento delle masse è entrato nel circuito della lotta al nazifascismo con una carica libertaria inestinguibile e sarà essa a dare l’impronta alla storia in divenire. La guerra di Spagna diventa così il primo atto della guerra europea contro il fascismo. "Oggi in Spagna, domani in Italia", è la parola l’ordine che Rosselli lancia attraverso quel nuovissimo strumento di propaganda che è la radio, che indirizza alle truppe fasciste che conosceranno la sconfitta di Guadalajara ad opera dei volontari italiani.

Anche questa volta, in una pausa della lotta, Rosselli ripiega nella riflessione, traccia un bilancio, apre una prospettiva. Lo fa con gli articoli che hanno a tema l’unificazione politica del proletariato italiano.

I titoli che il suo movimento ha per lanciare la proposta stanno nella definizione che egli ne dà e che ha il vigore di un giudizio storico perfetto: "Giustizia e Libertà si potrebbe definire come il primo movimento europeo integralmente antifascista, perché nel fascismo vede il fatto centrale, la novità tremenda del nostro tempo e perché la sua opposizione deriva non già dalla difesa di posizioni precedentemente acquisite ma da una volontà di liberazione che si sprigiona dallo stesso mondo fascista".

Le convergenze tra i partiti proletari che si sono realizzate hanno già dimostrato la loro inadeguatezza al compito di vincere il fascismo tagliandone le radici: "Ad abbattere il fascismo non saranno né il fronte popolare _ che presuppone la vita democratica e forti partiti _ né l’unità d’azione che finora ha più favorito l’irrigidimento dei partiti sulle loro posizioni rappresentative formali che il loro effettivo ravvicinamento. Per vincere è necessario dar vita a una formazione nuova, originale, capace di condurre contro il colosso totalitario una lotta a un tempo pratica, politica, culturale". Il perno di questa formazione sarà il proletariato, ma essa non dovrà assumere il carattere di partito tradizionale. "Il partito unico del proletariato... dovrà essere, più che un partito una larga forza sociale, una sorta di anticipazione della società futura, di microcosmo sociale con la sua organizzazione di combattimento, ma anche con la sua vita intellettuale dal respiro ampio e incitatore". Giustizia e Libertà vi apporterà l’esigenza del rinnovamento radicale della lotta proletaria, una interpretazione lucida del fascismo "non solo come reazione di classe, ma come sprofondamento sociale", un rapporto intimo con la cultura e la storia d’Italia e la coscienza dei problemi della sua modernità e, soprattutto, "una preoccupazione centrale di libertà non astratta, non formale, basata su una concezione attiva, emancipatrice, della libertà e della giustizia (autonomie, consigli)".

Sarebbe fuorviante e storicamente scorretto considerare questo come il punto di approdo di Carlo Rosselli. La sua proposta riflette l’eccezionalità delle circostanze, è intrisa dell’utopismo della passione, forse anche della intuizione che l’essere diventato il simbolo dell’"antifascismo integrale" ha fatto di lui, come lo fu per Matteotti, l’oggetto dell’odio omicida di Mussolini.

È, comunque, un dato incontestabile che alla vigilia della morte il suo socialismo non è più quello di "Socialismo liberale", è rigidamente classista, rivoluzionariamente autonomistico, intimamente libertario. Quali revisioni vi avrebbe apportate, refrattario com’era a ogni dottrinarismo, aperto alla comprensione di ogni mutamento della realtà in cui è calato, non ci è concesso saperlo.

Io ho avuto il privilegio di conoscere non pochi degli amici di Carlo Rosselli e tra essi uno dei meno noti, che non ha lasciato traccia di sé se non nella fotografia che ritrae i giovani del Non Mollare, nelle carte del Tribunale speciale, delle carceri e del confino dove passò un quindicennio. Il suo cognome appare negli elenchi dei caduti della Resistenza, è quello di un fratello assassinato, per errore, al suo posto. Era ferroviere e si chiamava Nello Traquandi, aveva tutte le virtù dei cristiani delle catacombe, era il solo uomo al mondo capace di intimidire Gaetano Salvemini con l’inarcare di un sopracciglio. Mi onorò della sua amicizia, mi regalò il libro di Nello Rosselli su Mazzini e Bakunin e un giorno mi disse: Andiamo insieme a Trespiano a salutare Carlo e Nello.

Questo non mi autorizza a considerarmi interprete del pensiero di Rosselli, mi impone di trasmettervi la sua immagine quale è rimasta nella mia fantasia e nella mia coscienza: quella di un compagno che praticò la politica con lo spirito del credente che non cerca ma non teme il martirio, che fece dell’antifascismo non una negazione ma una fede, la fede nella giustizia, la fede nella libertà.