Lo
storico professor Giorgio Rochat ha svolto la relazione generale
Devo
l’onore di intervenire in questo convegnoal fatto
che sono stato il curatore dell’edizione scientifica
degli ATTI DEL COMANDO GENERALE DEL CVL . Nel 1969 entrai
a far parte del nucleo dei collaboratori stabili dell’Istituto
nazionale per la storia del movimento di liberazione in
Italia come insegnante comandato e ebbi subito l’incarico
di curare la preparazione dell’edizione scientifica
degli Atti del Comando Generale del CVI, che sostituiva
la preziosa, ma assai incompleta edizione del 1946. Era
la prima delle grandi collezioni dei documenti centrali
della Resistenza promosse dall’Istituto nazionale
(seguirono gli atti delle Brigate Garibaldi, delle brigate
Giustizia e Libertà, delle formazioni
Autonome, del CLNAI e del CLN lombardo), una priorità
certamente dovuta al presidente Parri, che teneva forse
più alla documentazione dell’attività
militare degli organi centrali della Resistenza che a quella
politica. Il volume di Atti uscì nel 1972 con 307
documenti del Comando generale e alcune appendici. Conservo
un grato ricordo dei molti protagonisti che con pazienza
e cortesia mi aiutarono a ricostruire le vicende del Comando
generale CVL (e del Comitato militare dell’Alta Italia
che lo precedé), Parri, Cadorna e molti altri. La
mia ricostruzione conserva lacune e punti oscuri, dovuti
alla situazione di clandestinità e di costante pericolo
in cui operavano questi organi. E’ già notevole,
in queste circostanze, che sia stata conservata una serie
quasi completa degli atti del Comando generale CVL.
LA GUERRA PARTIGIANA, UNA GUERRA PER BANDE
E’ necessario premettere che la dimensione della guerra
partigiana in Italia rimase sempre la settorializzazione,
ossia che le formazioni partigiane non riuscirono mai a
superare una dimensione territoriale limitata e una forza
relativamente ridotta la brigata di alcune centinaia di
uomini, la divisione di un migliaio come massimo. Queste
formazioni non rinunciarono mai alla loro autonomia, il
coordinamento tra bande contigue fu generalmente scarso
(anche quando facevano capo alla stessa rete politica),
la creazione di comandi superiori ebbe sempre effetti formali,
non incidenza effettiva . Una settorializzazione che ha
più ragioni, a partire dal territorio: le valli alpine
in cui nacquero le prime formazioni hanno collegamenti difficili
tra di loro e gravitano sulle città allo sbocco in
pianura. La guerra partigiana fu quindi organizzata per
settori che guardavano alla pianura, anziché cercare
collegamenti laterali; e non ebbe mai un retroterra profondo,
né “santuari” protetti, perché
sulle Alpi come sulle Apennini l’altro versante, per
ragioni diverse, era sempre chiuso ai partigiani. Inoltre
la pianura era sempre dominata dal nemico. Le forze nazifasciste,
per quanto disomogenee e (quelle fasciste) di scarso valore
combattivo (ma nei momenti di necessità sostenuti
dalle efficienti unità tedesche che fronteggiavano
gli anglo-americani) avevano un livello superiore di mezzi
e armamenti, automezzi, artiglieria, panzer, radio. Le bande
partigiane potevano aspettarle con discrete possibilità
di successo sulle montagne (se sapevano rinunciare alla
difesa statica sempre perdente), non mai affrontarle in
pianura, anche perché gli anglo-americani paracadutavano
armi leggere per la guerriglia di sabotaggi e piccoli attacchi
che chiedevano, non le armi necessarie per un combattimento
in campo aperto. Inoltre la coesione delle bande partigiane
dipendeva dal ruolo di capi carismatici, da uno spirito
di corpo esasperato (quante rivalità con le bande
contigue, anche dello stesso colore!), dall’identificazione
con un territorio delimitato e da un complesso rapporto
con la popolazione, oltre che da un sistema di rifornimenti
statico, legato ancora al territorio. Le bande partigiane
potevano condurre una guerriglia “leggera”,
con azioni minori che destabilizzavano la repubblica di
Salò e rendevano insicure le retrovie tedesche, non
però proporsi il controllo della pianura e il passaggio
a una guerra di grandi unità. In sostanza, la guerra
partigiana non era in grado di uscire dalla dimensione di
bande territoriali che difendevano la loro autonomia anche
contro le direttive degli organi regionali o di partito,
non tanto per cattiva volontà, ma per ragioni obiettive.
La creazione di un esercito partigiano nel 1945 fu un’operazione
politica (non priva di successo) che non modificava la realtà
esistente sul terreno.
IL RUOLO DEL COMANDO GENERALE CVL
Nella situazione che abbiamo schematizzato, il ruolo degli
organi centrali della guerra partigiana, come il Comitato
militare del CLN di Milano, poi CLN Alta Italia animato
da Parri nel 1943-1944, il Comando generale delle brigate
Garibaldi e delle brigate Giustizia e Libertà, infine
il Comando Generale del CVI costituito nel giugno 1944 in
Milano, era forzatamente limitato, ma non per questo meno
importante. Bisogna distinguere i piani. Nell’organizzazione
e nella direzione della guerra partigiana, il Comando Generale
del CVL non poteva avere che compiti limitati, politico-morali
più che operativi : un’azione di stimolo e
incoraggiamento, la diffusione di direttive generali per
la guerriglia, l’impulso alla costituzione di comandi
regionali e al coordinamento delle forze locali, infine
la ripartizione di fondi. Non erano compiti facili né
di poca importanza, non raggiungevano i singoli partigiani,
ma davano ai loro comandanti e ai CLN e comandi locali la
consapevolezza di non essere soli dinanzi ai nazifascisti.
Il compito principale del Comando generale del CVL fu su
un altro piano, i rapporti con i comandi anglo-americani
e con il governo italiano. Come è noto, gli alleati
chiedevano due cose alla Resistenza: sabotaggi e attentati
che rendessero insicuro il territorio nazifa- scista (a
questo pensavano le bande partigiane e i gap) e informazioni,
la loro moderna concezione dell’Intelligence richiedeva
un flusso continuo di notizie su tutti gli aspetti, non
soltanto militari, dell’Italia occupata. Gli archivi
degli Istituti per la storia della Resistenza conservano
una grossa e articolata documentazione di questo flusso
di informazioni che comandi partigiani e CLN raccoglievano
e le missioni alleate paracadutate trasmettevano via radio.
Fu merito di Parri e dei suoi collaboratori avere percepito
già nel 1943 l’importanza per gli anglo-americani
di questo flusso di informazioni e di avere organizzato
servizi di grande efficienza poi passati al Comando generale:
il collegamento Milano-Lugano con corrieri che effettuarono
trecento viaggi senza perdite, diretto da Alberto Cosattini,
il servizio collegamenti radio diretto da Enzo Boeri e poi
Giuseppe Cirillo, e soprattutto il servizio informazioni
del Comando generale diretto da Vittorio Guzzoni e poi Enzo
Boeri , che contava su una settantina di centri e preparava
un notiziario giornaliero con le notizie militari più
importanti (200 numeri dal luglio 1944 all’aprile
1945), un bollettino settimanale di informazioni politiche,
militari e economiche, un bollettino di controspionaggio
ogni dieci giorni, un bollettino quindicinale delle azioni
partigiane e una serie di monografie specifiche. Una straordinaria
attività resa possibile da una rete di centinaia
e centinaia di collaboratori diversi, dirigenti e tecnici
industriali, professori e esperti di ogni ramo, militanti
politici e cittadini “qualsiasi” che rischiavano
coscientemente l’arresto, la tortura e la deportazione.
Questo flusso di informazioni organizzate e aggiornate era
la migliore carta del Comando generale dinanzi agli anglo-americani,
perché dimostrava la vastità e l’articolazione
del suo impianto nell’Italia occupata e il controllo
che aveva della situazione. L’altra grande carta era
l’autorevolezza del Comando, che comprendeva i capi
delle due maggiori reti partigiane, Luigi Longo per le brigate
Garibaldi e Parri per quelle Giustizia e Libertà,
alti esponenti di tutti i partiti e (dalla fine di agosto)
il generale Raffaele Cadorna. In concreto la composizione
e l’organizzazione del Comando generale subirono una
serie di variazioni e sostituzioni che non è possibile
ricostruire in tutti i dettagli; citare i nomi di maggior
prestigio, Sandro Pertini per i socialisti, Enrico Mattei
per i democristiani, Mario Argenton per i liberali, oltre
a Cadorna, Parri e Longo, significa fare un torto agli altri
che si alternarono per periodi più o meno lunghi,
come Guido Mosna, Luigi Bignotti, Fermo Solari, Edgardo
Sogno e altri . Il fatto decisivo fu la comune volontà
e capacità di collaborazione, più forte delle
tensioni inevitabili. Ci sembra significativa la posizione
di Cadorna, che rifiutava il ruolo di consulente militare
e reclamava quello di comandante (conferitogli in novembre),
ma seppe accettare la situazione di compromesso dettata
dalle circostanze, ossia che la sezione operazioni, in cui
siedeva con Parri e Longo, assumesse un ruolo preminente
nell’attività del Comando generale . In sostanza
Cadorna seppe rappresentare nel Comando generale il governo
e la componente monarchica e militare della Resistenza,
a fianco e in stretta collaborazione con le componenti comunista,
azionista, socialista, con un ruolo di primus inter pares
svolto con realismo e lealtà Fu grazie alla dedizione
e alla capacità di questi uomini che il Comando generale
poté assumere la rappresentanza della guerra partigiana
dinanzi agli alleati, al governo e alle forze politiche,
costringendoli a riconoscere che le centinaia di piccole
azioni partigiane costituivano una vera guerra, che le cento
bande partigiane costituivano un vero esercito sotto il
profilo politico (anche se non militare), che la Resistenza
armata era una realtà nazionale e una speranza per
il futuro collettivo. Questo fu il ruolo principale e fondamentale
del Comando generale della guerra partigiana.
*ATTI
DEL COMANDO GENERALE DEL CORPO VOLONTARI DELLA LIBERTÀ,
a cura di Giorgio Rochat, prefazione di Ferruccio
Parri, Istituto nazionale per la storia del movimento di
liberazione in Italia/Angeli editore, Milano 1972, pp. 705.
L’Istituto nazionale era appena stato riconosciuto
con una legge che gli assicurava un modesto contributo pubblico
e la possibilità diavvalersi dell’opera di
insegnanti “comandati” dal Ministero della Pubblica
Istruzione. Fui il primo di alcune centinaia di insegnanti
comandati che nei decenni successi si avvicendarono presso
l’Istituto nazionale e la rete di Istituti associati,
dando un impulso decisivoal loro sviluppo. L’attuale
governo ha cominciato a ridurne il numero e minaccia la
loro soppressione, nel quadro di una politica di ridimensionamentodegli
Istituti per la storia della Resistenza .La straordinaria
modestia impediva a Parri di rivendicare apertamente il
suo passato di combattente pluridecorato della prima guerramondiale
e poi di organizzatore e comandante della guerra partigiana.
In realtà credo tenesse più al suo ruolo di
ufficiale dell’esercite poi di “generale”
partigiano che ai successi della sua attività politica.
Il volume di Atti è esaurito da anni, disponibile
soltanto presso le biblioteche. Una ristampa anastatica
sarebbe necessaria, ma richiederebbe.
**Per
un’analisi più articolata rimando al mio studio
La questione militare della Resistenza,, pubblicato su “Il
Ponte”, 1995, n. 1, eristampato nel mio volume Ufficiali
e soldati. L’esercito italiano dalla I alla II guerra
mondiale, ed. Gaspari, Udine 2000.
Fatta eccezione per la Lombardia e la provincia di Novara,
dove il Comando Generale ebbe un’ingerenza diretta
nella condotta della guerra partigiana.
Direttive generali che i comunisti traevano generalmente
dall’esperienza della guerra di Spagna, gli azionisti
dalla letteratura mazzinianadella “guerra per bande”,
i militari dalla loro cultura e talvolta dai ricordi della
repressione antipartigiana balcanica. Inealtà lebande
partigiane impararono a fare la guerriglia soprattutto dalla
dura e sanguinosa esperienza vissuta.Dare i nomi dei maggiori
responsabili è però insufficiente e forse
poco corretto, per i frequenti avvicendamenti (non furono
pochi gliarresti), la struttura articolata dei servizi e
i molti collaboratori impegnati con grande dedizione e grossi
rischi. Si deve ricordare cheRnvio al citato volume di Atti
per una ricostruzione dettagliata, che pur lascia qualche
dubbio minore.
La sezione operazioni (detta anche “piccolo comando”
si riuniva regolarmente due volte alla settimana con Cadorna,
Parri e Longo (o eventuali sostituti), più il colonnello
Vittorio Palombo, capo di stato maggiore di Cadorna, e prendeva
la maggior parte delle decisioni, pur lasciando quelle maggiori
alle riunioni plenarie settimanali. Cadorna aveva tentato
di costituire una sua rete di collegamenti e informazioni,
composta soprattutto da ufficiali e diretta da Palombo,
che però fu scompaginata dagli arresti non appena
aveva preso a funzionare con regolarità. Di fatto
i collegamenti nell’Italia occupata rimasero sempre
nelle mani di Longo e di Parri.
Nei colloqui che il gen. Cadorna mi concesse esprimeva una
concezione limitativa della guerra partigiana e una radicale
critica delle alternative politiche portate da comunisti
a azionisti, ma anche una rivendicazione serena e convinta
della Resistenza armata.