Convegno CVL a Fondotoce

Introduzione
Aldo Aniasi
Giorgio Rochat
Domenico Contestabile
Arturo Colombo
Raimondo Ricci
Guido Bersellini
Mario Giovana
Luigi Manfredi
Francesco Zorini 
Vittorio Beltrami

 
   
 
Lo storico professor Giorgio Rochat ha svolto la relazione generale

Devo l’onore di intervenire in questo convegnoal fatto che sono stato il curatore dell’edizione scientifica degli ATTI DEL COMANDO GENERALE DEL CVL . Nel 1969 entrai a far parte del nucleo dei collaboratori stabili dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia come insegnante comandato e ebbi subito l’incarico di curare la preparazione dell’edizione scientifica degli Atti del Comando Generale del CVI, che sostituiva la preziosa, ma assai incompleta edizione del 1946. Era la prima delle grandi collezioni dei documenti centrali della Resistenza promosse dall’Istituto nazionale (seguirono gli atti delle Brigate Garibaldi, delle brigate Giustizia e Libertà, delle formazioni
Autonome, del CLNAI e del CLN lombardo), una priorità certamente dovuta al presidente Parri, che teneva forse più alla documentazione dell’attività militare degli organi centrali della Resistenza che a quella politica. Il volume di Atti uscì nel 1972 con 307 documenti del Comando generale e alcune appendici. Conservo un grato ricordo dei molti protagonisti che con pazienza e cortesia mi aiutarono a ricostruire le vicende del Comando generale CVL (e del Comitato militare dell’Alta Italia che lo precedé), Parri, Cadorna e molti altri. La mia ricostruzione conserva lacune e punti oscuri, dovuti alla situazione di clandestinità e di costante pericolo in cui operavano questi organi. E’ già notevole, in queste circostanze, che sia stata conservata una serie quasi completa degli atti del Comando generale CVL.

LA GUERRA PARTIGIANA, UNA GUERRA PER BANDE
E’ necessario premettere che la dimensione della guerra partigiana in Italia rimase sempre la settorializzazione, ossia che le formazioni partigiane non riuscirono mai a superare una dimensione territoriale limitata e una forza relativamente ridotta la brigata di alcune centinaia di uomini, la divisione di un migliaio come massimo. Queste formazioni non rinunciarono mai alla loro autonomia, il coordinamento tra bande contigue fu generalmente scarso (anche quando facevano capo alla stessa rete politica), la creazione di comandi superiori ebbe sempre effetti formali, non incidenza effettiva . Una settorializzazione che ha più ragioni, a partire dal territorio: le valli alpine in cui nacquero le prime formazioni hanno collegamenti difficili tra di loro e gravitano sulle città allo sbocco in pianura. La guerra partigiana fu quindi organizzata per settori che guardavano alla pianura, anziché cercare collegamenti laterali; e non ebbe mai un retroterra profondo, né “santuari” protetti, perché sulle Alpi come sulle Apennini l’altro versante, per ragioni diverse, era sempre chiuso ai partigiani. Inoltre la pianura era sempre dominata dal nemico. Le forze nazifasciste, per quanto disomogenee e (quelle fasciste) di scarso valore combattivo (ma nei momenti di necessità sostenuti dalle efficienti unità tedesche che fronteggiavano gli anglo-americani) avevano un livello superiore di mezzi e armamenti, automezzi, artiglieria, panzer, radio. Le bande partigiane potevano aspettarle con discrete possibilità di successo sulle montagne (se sapevano rinunciare alla difesa statica sempre perdente), non mai affrontarle in pianura, anche perché gli anglo-americani paracadutavano armi leggere per la guerriglia di sabotaggi e piccoli attacchi che chiedevano, non le armi necessarie per un combattimento in campo aperto. Inoltre la coesione delle bande partigiane dipendeva dal ruolo di capi carismatici, da uno spirito di corpo esasperato (quante rivalità con le bande contigue, anche dello stesso colore!), dall’identificazione con un territorio delimitato e da un complesso rapporto con la popolazione, oltre che da un sistema di rifornimenti statico, legato ancora al territorio. Le bande partigiane potevano condurre una guerriglia “leggera”, con azioni minori che destabilizzavano la repubblica di Salò e rendevano insicure le retrovie tedesche, non però proporsi il controllo della pianura e il passaggio a una guerra di grandi unità. In sostanza, la guerra partigiana non era in grado di uscire dalla dimensione di bande territoriali che difendevano la loro autonomia anche contro le direttive degli organi regionali o di partito, non tanto per cattiva volontà, ma per ragioni obiettive. La creazione di un esercito partigiano nel 1945 fu un’operazione politica (non priva di successo) che non modificava la realtà esistente sul terreno.

IL RUOLO DEL COMANDO GENERALE CVL
Nella situazione che abbiamo schematizzato, il ruolo degli organi centrali della guerra partigiana, come il Comitato militare del CLN di Milano, poi CLN Alta Italia animato da Parri nel 1943-1944, il Comando generale delle brigate Garibaldi e delle brigate Giustizia e Libertà, infine il Comando Generale del CVI costituito nel giugno 1944 in Milano, era forzatamente limitato, ma non per questo meno importante. Bisogna distinguere i piani. Nell’organizzazione e nella direzione della guerra partigiana, il Comando Generale del CVL non poteva avere che compiti limitati, politico-morali più che operativi : un’azione di stimolo e incoraggiamento, la diffusione di direttive generali per la guerriglia, l’impulso alla costituzione di comandi regionali e al coordinamento delle forze locali, infine la ripartizione di fondi. Non erano compiti facili né di poca importanza, non raggiungevano i singoli partigiani, ma davano ai loro comandanti e ai CLN e comandi locali la consapevolezza di non essere soli dinanzi ai nazifascisti. Il compito principale del Comando generale del CVL fu su un altro piano, i rapporti con i comandi anglo-americani e con il governo italiano. Come è noto, gli alleati chiedevano due cose alla Resistenza: sabotaggi e attentati che rendessero insicuro il territorio nazifa- scista (a questo pensavano le bande partigiane e i gap) e informazioni, la loro moderna concezione dell’Intelligence richiedeva un flusso continuo di notizie su tutti gli aspetti, non soltanto militari, dell’Italia occupata. Gli archivi degli Istituti per la storia della Resistenza conservano una grossa e articolata documentazione di questo flusso di informazioni che comandi partigiani e CLN raccoglievano e le missioni alleate paracadutate trasmettevano via radio. Fu merito di Parri e dei suoi collaboratori avere percepito già nel 1943 l’importanza per gli anglo-americani di questo flusso di informazioni e di avere organizzato servizi di grande efficienza poi passati al Comando generale: il collegamento Milano-Lugano con corrieri che effettuarono trecento viaggi senza perdite, diretto da Alberto Cosattini, il servizio collegamenti radio diretto da Enzo Boeri e poi Giuseppe Cirillo, e soprattutto il servizio informazioni del Comando generale diretto da Vittorio Guzzoni e poi Enzo Boeri , che contava su una settantina di centri e preparava un notiziario giornaliero con le notizie militari più importanti (200 numeri dal luglio 1944 all’aprile 1945), un bollettino settimanale di informazioni politiche, militari e economiche, un bollettino di controspionaggio ogni dieci giorni, un bollettino quindicinale delle azioni partigiane e una serie di monografie specifiche. Una straordinaria attività resa possibile da una rete di centinaia e centinaia di collaboratori diversi, dirigenti e tecnici industriali, professori e esperti di ogni ramo, militanti politici e cittadini “qualsiasi” che rischiavano coscientemente l’arresto, la tortura e la deportazione. Questo flusso di informazioni organizzate e aggiornate era la migliore carta del Comando generale dinanzi agli anglo-americani, perché dimostrava la vastità e l’articolazione del suo impianto nell’Italia occupata e il controllo che aveva della situazione. L’altra grande carta era l’autorevolezza del Comando, che comprendeva i capi delle due maggiori reti partigiane, Luigi Longo per le brigate Garibaldi e Parri per quelle Giustizia e Libertà, alti esponenti di tutti i partiti e (dalla fine di agosto) il generale Raffaele Cadorna. In concreto la composizione e l’organizzazione del Comando generale subirono una serie di variazioni e sostituzioni che non è possibile ricostruire in tutti i dettagli; citare i nomi di maggior prestigio, Sandro Pertini per i socialisti, Enrico Mattei per i democristiani, Mario Argenton per i liberali, oltre a Cadorna, Parri e Longo, significa fare un torto agli altri che si alternarono per periodi più o meno lunghi, come Guido Mosna, Luigi Bignotti, Fermo Solari, Edgardo Sogno e altri . Il fatto decisivo fu la comune volontà e capacità di collaborazione, più forte delle tensioni inevitabili. Ci sembra significativa la posizione di Cadorna, che rifiutava il ruolo di consulente militare e reclamava quello di comandante (conferitogli in novembre), ma seppe accettare la situazione di compromesso dettata dalle circostanze, ossia che la sezione operazioni, in cui siedeva con Parri e Longo, assumesse un ruolo preminente nell’attività del Comando generale . In sostanza Cadorna seppe rappresentare nel Comando generale il governo e la componente monarchica e militare della Resistenza, a fianco e in stretta collaborazione con le componenti comunista, azionista, socialista, con un ruolo di primus inter pares svolto con realismo e lealtà Fu grazie alla dedizione e alla capacità di questi uomini che il Comando generale poté assumere la rappresentanza della guerra partigiana dinanzi agli alleati, al governo e alle forze politiche, costringendoli a riconoscere che le centinaia di piccole azioni partigiane costituivano una vera guerra, che le cento bande partigiane costituivano un vero esercito sotto il profilo politico (anche se non militare), che la Resistenza armata era una realtà nazionale e una speranza per il futuro collettivo. Questo fu il ruolo principale e fondamentale del Comando generale della guerra partigiana.

*ATTI DEL COMANDO GENERALE DEL CORPO VOLONTARI DELLA LIBERTÀ,
a cura di Giorgio Rochat, prefazione di Ferruccio
Parri, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia/Angeli editore, Milano 1972, pp. 705.
L’Istituto nazionale era appena stato riconosciuto con una legge che gli assicurava un modesto contributo pubblico e la possibilità diavvalersi dell’opera di insegnanti “comandati” dal Ministero della Pubblica Istruzione. Fui il primo di alcune centinaia di insegnanti comandati che nei decenni successi si avvicendarono presso l’Istituto nazionale e la rete di Istituti associati, dando un impulso decisivoal loro sviluppo. L’attuale governo ha cominciato a ridurne il numero e minaccia la loro soppressione, nel quadro di una politica di ridimensionamentodegli Istituti per la storia della Resistenza .La straordinaria modestia impediva a Parri di rivendicare apertamente il suo passato di combattente pluridecorato della prima guerramondiale e poi di organizzatore e comandante della guerra partigiana. In realtà credo tenesse più al suo ruolo di ufficiale dell’esercite poi di “generale” partigiano che ai successi della sua attività politica.
Il volume di Atti è esaurito da anni, disponibile soltanto presso le biblioteche. Una ristampa anastatica sarebbe necessaria, ma richiederebbe.

**Per un’analisi più articolata rimando al mio studio La questione militare della Resistenza,, pubblicato su “Il Ponte”, 1995, n. 1, eristampato nel mio volume Ufficiali e soldati. L’esercito italiano dalla I alla II guerra mondiale, ed. Gaspari, Udine 2000.
Fatta eccezione per la Lombardia e la provincia di Novara, dove il Comando Generale ebbe un’ingerenza diretta nella condotta della guerra partigiana.
Direttive generali che i comunisti traevano generalmente dall’esperienza della guerra di Spagna, gli azionisti dalla letteratura mazzinianadella “guerra per bande”, i militari dalla loro cultura e talvolta dai ricordi della repressione antipartigiana balcanica. Inealtà lebande partigiane impararono a fare la guerriglia soprattutto dalla dura e sanguinosa esperienza vissuta.Dare i nomi dei maggiori responsabili è però insufficiente e forse poco corretto, per i frequenti avvicendamenti (non furono pochi gliarresti), la struttura articolata dei servizi e i molti collaboratori impegnati con grande dedizione e grossi rischi. Si deve ricordare cheRnvio al citato volume di Atti per una ricostruzione dettagliata, che pur lascia qualche dubbio minore.
La sezione operazioni (detta anche “piccolo comando” si riuniva regolarmente due volte alla settimana con Cadorna, Parri e Longo (o eventuali sostituti), più il colonnello Vittorio Palombo, capo di stato maggiore di Cadorna, e prendeva la maggior parte delle decisioni, pur lasciando quelle maggiori alle riunioni plenarie settimanali. Cadorna aveva tentato di costituire una sua rete di collegamenti e informazioni, composta soprattutto da ufficiali e diretta da Palombo, che però fu scompaginata dagli arresti non appena aveva preso a funzionare con regolarità. Di fatto i collegamenti nell’Italia occupata rimasero sempre nelle mani di Longo e di Parri.
Nei colloqui che il gen. Cadorna mi concesse esprimeva una concezione limitativa della guerra partigiana e una radicale critica delle alternative politiche portate da comunisti a azionisti, ma anche una rivendicazione serena e convinta della Resistenza armata.