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Il
professor Mario Giovana, infine, ha trattato un tema particolarmente
impegnativo: “La percezione dei comandi fra partigiani
.
Il professor Rochat, nella sua relazione introduttiva, ha
rimarcato che alla base della lotta di resistenza c’era
l’autonomia. Chi si era reso conto della disgregazione
dei valori, dello sfascio dello Stato e dell’esercito,
aveva capito che bisognava muoversi, fare qualcosa per smuovere
le acque. Il paesaggio partigiano è molto variegato
e, senza autonomia, difficilmente potrebbe conseguire risultati
apprezzabili. Il partigiano della montagna costruisce la propria
identità nel contesto in cui agisce. I comandi centrali
costituiscono un problema di lontananza siderale dalla periferia
partigiana. Giovana ricorda un episodio che dimostra l’assunto.
Nell’aprile del ’44 in montagna arriva una staffetta
da Torino che comunica illustrati i meriti, ma lì,
a 1800 metri di altitudine, nessuno dei partigiani di montagna
conosceva le vittime e ciò che rappresentavano. A un
certo punto qualcuno intona l’inno di Mameli e questo
fu l’elemento unificante e ideale tra i partigiani combattenti
e i martiri caduti per mano dei nazi-fascisti. L'assenza di
un referente del comando che tenesse i collegamenti con la
periferia – conclude Giovana – permase quasi fino
alla fine della guerra partigiana.
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