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Su
Ferruccio Parri ha svolto la relazione il presidente della
Fiap, Aldo Aniasi
Non
mi soffermerò sulla costituzione del C.V.L. né
sulla nomina del Comando Generale, avvenimenti sui quali ci
ha magistralmente intrattenuto Giorgio Rochat, né sulle
ragioni che hanno ispirato quella scelta che ha consentito
di dare alla lotta di liberazione una guida unitaria e di
passare dalla guerra per bande all’impiego di un esercito
organizzato. Parri era stato nominato coordinatore militare
all’inizio del settembre ’43 dal Comitato delle
opposizioni di Milano trasformatosi in Comitato di Liberazione
Nazionale, nel quale rappresentava il Partito d’Azione.
Egli aveva una preparazione militare quali pochi potevano
vantare. Era uno degli eroi della prima guerra mondiale, decorato
di 3 medaglie d’argento, della croce di guerra del governo
francese, di due promozioni per merito di guerra, uno dei
rari casi di ufficiale di complemento scelto per meriti eccezionali
a frequentare i corsi di Ufficiale di Stato Maggiore. Partecipa
come volontario a ricognizioni pericolose, occupa per primo
la trincea nemica, riporta numerose ferite, viene assegnato
nel 1917 per le sue doti di coraggio e di intelligenza al
Comando supremo dell’esercito, ed è il primo
collaboratore del Col. Ugo Cavallero, capo operazioni dello
Stato Maggiore e molto vicino al Gen. Armando Diaz; in quella
veste partecipa alla stesura del piano per l’offensiva
che condurrà al successo di Vittorio Veneto. Parri
è anche l’antifascista rigoroso che sappiamo,
che ha pagato le sue scelte con il carcere, il confino, le
persecuzioni; ne è testimonianza la sua intransigenza
nel lottare contro la dittatura e per la libertà. Davanti
al Tribunale che lo processa afferma: “contro il fascismo
non ho che una ragione di avversione; ma questa, una perentoria
e irriducibile, perché avversione morale, anzi, integrale
negazione del regime fascista”. E’ l’uomo
coraggioso che negli anni in cui il fascismo si è già
affermato ed è divenuto regime si rivolge formalmente
al Re perché intervenga a ripristinare la libertà
e il rispetto dello “Statuto” con queste parole:
“… Signor Re, hai sentito questo tuo presidente
del Consiglio, incolpato di un sistema di delinquenza politica,
con quale facinorosa disinvoltura si è processato da
sé e si è assolto da sé…”.
…”O Re, questa è l’ora nella quale
la solidità della tua dinastia e della tua tradizione
è chiamata a prova decisiva”. Con Riccardo Bauer,
Carlo Rosselli, Giovanni Mira, Fernando Santi è fra
coloro che hanno organizzato l’espatrio di Filippo Turati.
Dopo il carcere conoscerà il confino di Ustica, di
Lipari, di Campagna, di Vallo di Lucania. Ciò nonostante
non ha mai abbandonato l’attività clandestina
e partecipa alla costituzione di G.L. che ha un programma
rivoluzionario e incoraggia i compagni mentre è in
carcere alla riunione costitutiva nel maggio ’42 del
Partito d’Azione tenuto a Milano da Ugo La Malfa, Adolfo
Tino e Riccardo Lombardi. Parri è fra i primi a condividere
la proposta di Duccio Galimberti che il 25 luglio sulla piazza
di Cuneo aveva denunciato il pavido ed equivoco atteggiamento
di Badoglio e l’esigenza di combattere contro i tedeschi.
Partecipa, subito dopo la caduta del fascismo, all’organizzazione
del Comitato delle Opposizioni e il 7 agosto del ’43
con i rappresentanti del Partito Comunista e del Partito Socialista
costituisce il “Comitato permanente di vigilanza e di
difesa della libertà e la pace del popolo italiano”,
che nomina una Giunta Militare composta da Luigi Longo, Riccardo
Bauer, Sandro Pertini. Parri sostiene al Congresso del Partito
d’Azione che si tiene il 3 settembre a Firenze (prima
quindi della firma dell’armistizio) la necessità
della lotta armata contro i tedeschi. Non si tratta allora
solo di tesi frutto del coraggio, ma anche delle capacità
di valutare in termini politico - militari quella esigenza
sostenendo che deve combattersi una vera guerra nazionale
condotta non più (sono sue parole) “da una élite
di avanguardia ma da tutto il popolo”. E in quel congresso,
sia pure in minoranza, sostiene l’importanza di dare
prevalenza alla “lotta militare sulla politica”.
Su queste tesi avverrà poi la convergenza con le proposte
comuniste. E’ proprio in quell’inizio d’autunno
del ’43 che Parri dimostra le sue indubbie doti di Capo
militare che si coniugano con le intuizioni politiche Il suo
giudizio sulle proposte avanzate aMilano in una riunione di
antifascisti che intendono costituire una “Guardia Nazionale”
è perentorio: “il progetto è irrealizzabile”.
E’ allora che con Giulio Alonzi, un valoroso dirigente
di G.L., ipotizza la “guerra per bande”. Nella
Milano occupata dalle armate tedesche, Parri. con la tolleranza
della Edison nella quale da anni, dopo la condanna e il confino
dirigeva l’ufficio studi, trasforma il suo ufficio in
un centro di promozione dell’incipiente resistenza.
La Resistenza illegale e clandestina ha in Parri, all’Edison,
un capo visibile, avvicinabile attraverso un sistema di selezioni
controllate. Abbandona il suo ufficio all’Edison poco
prima che la polizia fascista vi faccia irruzione. Alcuni
suoi collaboratori sono inviati in campi di sterminio tedeschi.
Nonostante sia un dirigente del Partito d’Azione, Parri
esercita la sua funzione favorendo la formazione di bande
di qualunque indirizzo politico. Qualcuno propone di non accettare
i partigiani monarchici e di decretare la decadenza della
monarchia e di proclamare la Repubblica del CLN. “Fossi
matto!” – è il commento di Parri. “Non
è moralmente giusto mettere al bando chi combatte –
anche se con diverse idee – contro i tedeschi e i fascisti”.
L’unica condizione posta è la dipendenza dal
CLN. Pone quindi il problema dei rapporti politici e militari,
con il governo del Sud e con gli alleati e conseguentemente
il 31 ottobre ’43 prende i primi contatti con i rappresentanti
degli alleati in Svizzera e incontra a Certenago, unitamente
a Leo Valiani, John McCaffery e Allen Dulles, ai quali sottolinea
il carattere politico del movimento di liberazione. Subito
appare chiaro che gli stessi alleati preferiscono una organizzazione
di partigiani che si occupino essenzialmente di sabotaggio
e spionaggio. Parri a queste proposte risponde: “No,
la Resistenza sarà una guerra di popolo con un esercito
di popolo”. E di conseguenza illustra il piano di una
vera e propria guerra partigiana, che vede impegnate centinaia
di grosse bande, formate e da formare, nel territorio occupato
dai tedeschi. Si arriva ad un accordo tecnico, per cui gli
alleati si impegnano ad assicurare alla Resistenza periodici
rifornimenti di armi, indumenti e viveri. I problemi sono
complessi: politici e militari. Ci sono formazioni che assumono
posizioni attendiste, non combattive. Ci sono gruppi minoritari
che considerano nemici solo i tedeschi, dichiarando la propria
neutralità nei confronti dei fascisti della Repubblica
Sociale, altri che sono disponibili a compromessi e a tregue.
Parri è d’accordo con Longo e con quanti scelgono
la via del rigore. Affermano: “Con il nemico non si
tratta, ma si combatte” “Le formazioni debbono
condurre la lotta contro l’invasore tedesco ma anche
contro i fascisti”. Sono i mesi nei quali le formazioni
fanno riferimento ai partiti: i Garibaldini al PCI, le GL
al Partito d’Azione, le formazioni del popolo alla DC,
le Matteotti ai Socialisti, le Mazziniane ai Repubblicani,
oltre alle formazioni autonome, spesso sorte per iniziativa
di ufficiali accorsi sui monti con militari del disciolto
esercito. Agli inizi del ’44 Parri accetta di assumere
il comando delle formazioni partigiane di ispirazione del
Partito d’Azione: le Brigate G. L. Sono i mesi nei quali
nonostante la parola d’ordine del CLN e dei singoli
partiti sia quella “dell’unità”,
si manifestano dissensi anche vivaci, frutto di competizione,
di rivalità, in parte per un malinteso spirito di corpo
ed in parte per ragioni ideologiche. Parri, ma non solo lui,
sente l’esigenza di tradurre la parola d’ordine
dei CLN: “Unità di partiti, unità di popolo”
in iniziative precise e concrete per costruire una unità
operativa sostanziale. E’ questa la ragione per cui
accetta di condividere con Luigi Longo, allora Comandante
Militare delle “Brigate Garibaldi”, la responsabilità
del Comando nonostante che tra i due vi sia, per formazione
e per convinzioni ideologiche e politiche, molta differenza.
Parri commenta a chi prospetta perplessità per una
conduzione paritaria: “fra combattenti ci si intende”.
Ancora una volta le sue scelte sono subordinate alle esigenze
di condurre con efficacia la guerra di Liberazione. Le stesse
ragioni lo convincono a sostenere la svolta di Salerno impressa
da Palmiro Togliatti. Il suo commento è sintetico:
“Occorre salvare l’Unità della Resistenza”.
Sono queste le premesse che consentono di trasformare le bande
di ribelli in reparti organizzati. Sono i mesi nei quali 14
zone dell’Italia settentrionale sono liberate dai partigiani
che costringono i tedeschi ed i fascisti ad abbandonarle e
nelle quali si costituiscono organismi di autogoverno: le
cosidette “Repubbliche partigiane”. E’ una
ulteriore dimostrazione che la guerra di Liberazione è
oltreché militare anche politica. All’inizio
dell’autunno l’offensiva di Kesseling, i rastrellamenti
in grande stile, la rinuncia degli alleati a continuare l’offensiva
in territorio italiano trasferendola in Francia, il proclama
di Alexander, che invita i partigiani ad abbandonare la guerra
per tutto l’inverno per riprenderla a primavera, segnano
un momento di sconforto e di rabbia nelle fila dei combattenti,
braccati sulle montagne e vittime di rastrellamenti incalzanti.
Ma sia pure con le fila decimate, la guerriglia riprende e
fa tesoro di quella esperienza: si comprende l’importanza
dell’unità, si accettano con convinzione le direttive
dei comandi generali. Ci si rende conto che l’unità
non è solo una esigenza politica ma anche militare.
Parri, per un casuale incidente, viene arrestato ai primi
di gennaio del ’45. Riesce abilmente a superare gli
interrogatori del comando delle SS all’Hotel Regina
di Milano. Dichiara di essere il capo del C.V.L. e di essere
in collegamento con gli alleati. Questa sua ammissione lo
salva. Il Presidente del C.L.N. – A.I. Alfredo Pizzoni
avverte gli alleati dell’arresto di Parri. Intanto i
tedeschi lo trasferiscono a Verona al Comando supremo delle
SS. Il Generale delle SS Carlo Wolf, che sta conducendo in
segreto con gli alleati una trattativa per la resa delle armate
germaniche, accetta di trasferire Parri in Svizzera. Da lì,
comunque, continua a svolgere il ruolo di collegamento con
gli angloamericani. Unitamente a Cadorna torna a Caserta per
stipulare accordi sul dopo liberazione. Parri giunge a Milano
clandestinamente solo la notte del 24 aprile. Nelle settimane
precedenti la liberazione è costretto a rimanere in
Svizzera, il che costituisce un rammarico di cui non si darà
pace. Non è la sede per soffermarci sulle esperienze
nel breve periodo del suo governo. Egli fu costretto a prendere
atto che il suo ideale, la sua speranza che si potesse attuare
in Italia “una pacifica rivoluzione democratica”
era irrealizzabile. I legami di Parri con gli ideali ed valori
della Resistenza sono il filo conduttore di tutta la sua vita.
Il 20 novembre 1949 fonda l’istituto nazionale per la
storia ed il movimento di liberazione nazionale che è
stato ed è tuttora custode della memoria della lotta
per la libertà. Quando la situazione internazionale
provoca divergenze insanabili, ed è inevitabile la
scissione dell’ANPI, non esita ad accettare di essere
il presidente della Federazione Italiana delle Associazioni
Partigiane che, pur nelle divergenze ideologiche, è
sempre stata disponibile a qualunque iniziativa comune con
le altre organizzazioni di ex Partigiani. Accanto a Parri
si stringono personalità dell’antifascismo di
valore indiscusso: da Gasparotto a Greppi, da Calamandrei
a Ragghianti, da Bolis a Valiani, Vassalli, Codignola, Bersellini,
Biondo, Enriquez Agnoletti, Alonzi e tanti altri. Ecco come
lo hanno ricordato nei giorni della sua scomparsa: Sandro
Pertini presidente della Repubblica “era di esempio
a tutti noi. Era il nostro capo ideale. Era il simbolo del
movimento”. Giovanni Spadolini commentò: “
Il giudizio della storia sarà più largo di quello
che Parri è stato uno degli eroi meno conosciuti e
uno dei meno popolari. Lui, uomo simbolo, capo dei Partigiani,
Antifascista inflessibile, è stato l’oggetto
della calunnia di chi era nemico della Resistenza e di chi
iniziava un’opera di demolizione. La profonda fede negli
ideali, il comportamento di un’intera vita dedicata
al bene comune rimarranno un esempio politico e morale e di
amore di patria e della libertà.
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