Convegno CVL a Fondotoce

Introduzione
Aldo Aniasi
Giorgio Rochat
Domenico Contestabile
Arturo Colombo
Raimondo Ricci
Guido Bersellini
Mario Giovana
Luigi Manfredi
Francesco Zorini 
Vittorio Beltrami

   
 
Su Ferruccio Parri ha svolto la relazione il presidente della Fiap, Aldo Aniasi

Non mi soffermerò sulla costituzione del C.V.L. né sulla nomina del Comando Generale, avvenimenti sui quali ci ha magistralmente intrattenuto Giorgio Rochat, né sulle ragioni che hanno ispirato quella scelta che ha consentito di dare alla lotta di liberazione una guida unitaria e di passare dalla guerra per bande all’impiego di un esercito organizzato. Parri era stato nominato coordinatore militare all’inizio del settembre ’43 dal Comitato delle opposizioni di Milano trasformatosi in Comitato di Liberazione Nazionale, nel quale rappresentava il Partito d’Azione. Egli aveva una preparazione militare quali pochi potevano vantare. Era uno degli eroi della prima guerra mondiale, decorato di 3 medaglie d’argento, della croce di guerra del governo francese, di due promozioni per merito di guerra, uno dei rari casi di ufficiale di complemento scelto per meriti eccezionali a frequentare i corsi di Ufficiale di Stato Maggiore. Partecipa come volontario a ricognizioni pericolose, occupa per primo la trincea nemica, riporta numerose ferite, viene assegnato nel 1917 per le sue doti di coraggio e di intelligenza al Comando supremo dell’esercito, ed è il primo collaboratore del Col. Ugo Cavallero, capo operazioni dello Stato Maggiore e molto vicino al Gen. Armando Diaz; in quella veste partecipa alla stesura del piano per l’offensiva che condurrà al successo di Vittorio Veneto. Parri è anche l’antifascista rigoroso che sappiamo, che ha pagato le sue scelte con il carcere, il confino, le persecuzioni; ne è testimonianza la sua intransigenza nel lottare contro la dittatura e per la libertà. Davanti al Tribunale che lo processa afferma: “contro il fascismo non ho che una ragione di avversione; ma questa, una perentoria e irriducibile, perché avversione morale, anzi, integrale negazione del regime fascista”. E’ l’uomo coraggioso che negli anni in cui il fascismo si è già affermato ed è divenuto regime si rivolge formalmente al Re perché intervenga a ripristinare la libertà e il rispetto dello “Statuto” con queste parole: “… Signor Re, hai sentito questo tuo presidente del Consiglio, incolpato di un sistema di delinquenza politica, con quale facinorosa disinvoltura si è processato da sé e si è assolto da sé…”. …”O Re, questa è l’ora nella quale la solidità della tua dinastia e della tua tradizione è chiamata a prova decisiva”. Con Riccardo Bauer, Carlo Rosselli, Giovanni Mira, Fernando Santi è fra coloro che hanno organizzato l’espatrio di Filippo Turati. Dopo il carcere conoscerà il confino di Ustica, di Lipari, di Campagna, di Vallo di Lucania. Ciò nonostante non ha mai abbandonato l’attività clandestina e partecipa alla costituzione di G.L. che ha un programma rivoluzionario e incoraggia i compagni mentre è in carcere alla riunione costitutiva nel maggio ’42 del Partito d’Azione tenuto a Milano da Ugo La Malfa, Adolfo Tino e Riccardo Lombardi. Parri è fra i primi a condividere la proposta di Duccio Galimberti che il 25 luglio sulla piazza di Cuneo aveva denunciato il pavido ed equivoco atteggiamento di Badoglio e l’esigenza di combattere contro i tedeschi. Partecipa, subito dopo la caduta del fascismo, all’organizzazione del Comitato delle Opposizioni e il 7 agosto del ’43 con i rappresentanti del Partito Comunista e del Partito Socialista costituisce il “Comitato permanente di vigilanza e di difesa della libertà e la pace del popolo italiano”, che nomina una Giunta Militare composta da Luigi Longo, Riccardo Bauer, Sandro Pertini. Parri sostiene al Congresso del Partito d’Azione che si tiene il 3 settembre a Firenze (prima quindi della firma dell’armistizio) la necessità della lotta armata contro i tedeschi. Non si tratta allora solo di tesi frutto del coraggio, ma anche delle capacità di valutare in termini politico - militari quella esigenza sostenendo che deve combattersi una vera guerra nazionale condotta non più (sono sue parole) “da una élite di avanguardia ma da tutto il popolo”. E in quel congresso, sia pure in minoranza, sostiene l’importanza di dare prevalenza alla “lotta militare sulla politica”. Su queste tesi avverrà poi la convergenza con le proposte comuniste. E’ proprio in quell’inizio d’autunno del ’43 che Parri dimostra le sue indubbie doti di Capo militare che si coniugano con le intuizioni politiche Il suo giudizio sulle proposte avanzate aMilano in una riunione di antifascisti che intendono costituire una “Guardia Nazionale” è perentorio: “il progetto è irrealizzabile”. E’ allora che con Giulio Alonzi, un valoroso dirigente di G.L., ipotizza la “guerra per bande”. Nella Milano occupata dalle armate tedesche, Parri. con la tolleranza della Edison nella quale da anni, dopo la condanna e il confino dirigeva l’ufficio studi, trasforma il suo ufficio in un centro di promozione dell’incipiente resistenza. La Resistenza illegale e clandestina ha in Parri, all’Edison, un capo visibile, avvicinabile attraverso un sistema di selezioni controllate. Abbandona il suo ufficio all’Edison poco prima che la polizia fascista vi faccia irruzione. Alcuni suoi collaboratori sono inviati in campi di sterminio tedeschi. Nonostante sia un dirigente del Partito d’Azione, Parri esercita la sua funzione favorendo la formazione di bande di qualunque indirizzo politico. Qualcuno propone di non accettare i partigiani monarchici e di decretare la decadenza della monarchia e di proclamare la Repubblica del CLN. “Fossi matto!” – è il commento di Parri. “Non è moralmente giusto mettere al bando chi combatte – anche se con diverse idee – contro i tedeschi e i fascisti”. L’unica condizione posta è la dipendenza dal CLN. Pone quindi il problema dei rapporti politici e militari, con il governo del Sud e con gli alleati e conseguentemente il 31 ottobre ’43 prende i primi contatti con i rappresentanti degli alleati in Svizzera e incontra a Certenago, unitamente a Leo Valiani, John McCaffery e Allen Dulles, ai quali sottolinea il carattere politico del movimento di liberazione. Subito appare chiaro che gli stessi alleati preferiscono una organizzazione di partigiani che si occupino essenzialmente di sabotaggio e spionaggio. Parri a queste proposte risponde: “No, la Resistenza sarà una guerra di popolo con un esercito di popolo”. E di conseguenza illustra il piano di una vera e propria guerra partigiana, che vede impegnate centinaia di grosse bande, formate e da formare, nel territorio occupato dai tedeschi. Si arriva ad un accordo tecnico, per cui gli alleati si impegnano ad assicurare alla Resistenza periodici rifornimenti di armi, indumenti e viveri. I problemi sono complessi: politici e militari. Ci sono formazioni che assumono posizioni attendiste, non combattive. Ci sono gruppi minoritari che considerano nemici solo i tedeschi, dichiarando la propria neutralità nei confronti dei fascisti della Repubblica Sociale, altri che sono disponibili a compromessi e a tregue. Parri è d’accordo con Longo e con quanti scelgono la via del rigore. Affermano: “Con il nemico non si tratta, ma si combatte” “Le formazioni debbono condurre la lotta contro l’invasore tedesco ma anche contro i fascisti”. Sono i mesi nei quali le formazioni fanno riferimento ai partiti: i Garibaldini al PCI, le GL al Partito d’Azione, le formazioni del popolo alla DC, le Matteotti ai Socialisti, le Mazziniane ai Repubblicani, oltre alle formazioni autonome, spesso sorte per iniziativa di ufficiali accorsi sui monti con militari del disciolto esercito. Agli inizi del ’44 Parri accetta di assumere il comando delle formazioni partigiane di ispirazione del Partito d’Azione: le Brigate G. L. Sono i mesi nei quali nonostante la parola d’ordine del CLN e dei singoli partiti sia quella “dell’unità”, si manifestano dissensi anche vivaci, frutto di competizione, di rivalità, in parte per un malinteso spirito di corpo ed in parte per ragioni ideologiche. Parri, ma non solo lui, sente l’esigenza di tradurre la parola d’ordine dei CLN: “Unità di partiti, unità di popolo” in iniziative precise e concrete per costruire una unità operativa sostanziale. E’ questa la ragione per cui accetta di condividere con Luigi Longo, allora Comandante Militare delle “Brigate Garibaldi”, la responsabilità del Comando nonostante che tra i due vi sia, per formazione e per convinzioni ideologiche e politiche, molta differenza. Parri commenta a chi prospetta perplessità per una conduzione paritaria: “fra combattenti ci si intende”. Ancora una volta le sue scelte sono subordinate alle esigenze di condurre con efficacia la guerra di Liberazione. Le stesse ragioni lo convincono a sostenere la svolta di Salerno impressa da Palmiro Togliatti. Il suo commento è sintetico: “Occorre salvare l’Unità della Resistenza”. Sono queste le premesse che consentono di trasformare le bande di ribelli in reparti organizzati. Sono i mesi nei quali 14 zone dell’Italia settentrionale sono liberate dai partigiani che costringono i tedeschi ed i fascisti ad abbandonarle e nelle quali si costituiscono organismi di autogoverno: le cosidette “Repubbliche partigiane”. E’ una ulteriore dimostrazione che la guerra di Liberazione è oltreché militare anche politica. All’inizio dell’autunno l’offensiva di Kesseling, i rastrellamenti in grande stile, la rinuncia degli alleati a continuare l’offensiva in territorio italiano trasferendola in Francia, il proclama di Alexander, che invita i partigiani ad abbandonare la guerra per tutto l’inverno per riprenderla a primavera, segnano un momento di sconforto e di rabbia nelle fila dei combattenti, braccati sulle montagne e vittime di rastrellamenti incalzanti. Ma sia pure con le fila decimate, la guerriglia riprende e fa tesoro di quella esperienza: si comprende l’importanza dell’unità, si accettano con convinzione le direttive dei comandi generali. Ci si rende conto che l’unità non è solo una esigenza politica ma anche militare. Parri, per un casuale incidente, viene arrestato ai primi di gennaio del ’45. Riesce abilmente a superare gli interrogatori del comando delle SS all’Hotel Regina di Milano. Dichiara di essere il capo del C.V.L. e di essere in collegamento con gli alleati. Questa sua ammissione lo salva. Il Presidente del C.L.N. – A.I. Alfredo Pizzoni avverte gli alleati dell’arresto di Parri. Intanto i tedeschi lo trasferiscono a Verona al Comando supremo delle SS. Il Generale delle SS Carlo Wolf, che sta conducendo in segreto con gli alleati una trattativa per la resa delle armate germaniche, accetta di trasferire Parri in Svizzera. Da lì, comunque, continua a svolgere il ruolo di collegamento con gli angloamericani. Unitamente a Cadorna torna a Caserta per stipulare accordi sul dopo liberazione. Parri giunge a Milano clandestinamente solo la notte del 24 aprile. Nelle settimane precedenti la liberazione è costretto a rimanere in Svizzera, il che costituisce un rammarico di cui non si darà pace. Non è la sede per soffermarci sulle esperienze nel breve periodo del suo governo. Egli fu costretto a prendere atto che il suo ideale, la sua speranza che si potesse attuare in Italia “una pacifica rivoluzione democratica” era irrealizzabile. I legami di Parri con gli ideali ed valori della Resistenza sono il filo conduttore di tutta la sua vita. Il 20 novembre 1949 fonda l’istituto nazionale per la storia ed il movimento di liberazione nazionale che è stato ed è tuttora custode della memoria della lotta per la libertà. Quando la situazione internazionale provoca divergenze insanabili, ed è inevitabile la scissione dell’ANPI, non esita ad accettare di essere il presidente della Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane che, pur nelle divergenze ideologiche, è sempre stata disponibile a qualunque iniziativa comune con le altre organizzazioni di ex Partigiani. Accanto a Parri si stringono personalità dell’antifascismo di valore indiscusso: da Gasparotto a Greppi, da Calamandrei a Ragghianti, da Bolis a Valiani, Vassalli, Codignola, Bersellini, Biondo, Enriquez Agnoletti, Alonzi e tanti altri. Ecco come lo hanno ricordato nei giorni della sua scomparsa: Sandro Pertini presidente della Repubblica “era di esempio a tutti noi. Era il nostro capo ideale. Era il simbolo del movimento”. Giovanni Spadolini commentò: “ Il giudizio della storia sarà più largo di quello che Parri è stato uno degli eroi meno conosciuti e uno dei meno popolari. Lui, uomo simbolo, capo dei Partigiani, Antifascista inflessibile, è stato l’oggetto della calunnia di chi era nemico della Resistenza e di chi iniziava un’opera di demolizione. La profonda fede negli ideali, il comportamento di un’intera vita dedicata al bene comune rimarranno un esempio politico e morale e di amore di patria e della libertà.