Ricordata
a Tremezzo (Como) la figura del partigiano cattolico
Teresio
Olivelli ribelle per amore
Morì di stenti e di sevizie in un campo di sterminio
fascista - La relazione del professor Arturo Colombo - Durante
la giornata di studio posto l’accento sulla necessità
che le forze che si richiamano alla Resistenza siano unite
pur conservando ognuna le proprie radici e caratteristiche
culturali
Il
17 gennaio scorso a Tremezzo (Como), per iniziativa di Anpi,
Fiap, Fvl, Aned e Anpc, si è svolto un importante convegno
sul tema “Resistenza, pluralismo, unità”.
La giornata di studio è stata l’occasione per
ricordare la figura di Teresio Olivelli, ribelle per amore,
nell’anniversario della sua uccisione (trovò
atroce morte in un lager nazista). All’iniziativa, che
ha avuto il patrocinio del Consiglio regionale della Lombardia,
della provincia di Como e dei Comuni di Tremezzo e di Bellagio,
hanno anche aderito l’Istituto di storia contemporanea
di Como nonché i Comitati provinciali delle Associazioni
partigiane di Como, Brescia, Lecco e Pavia.
In mattinata, al cinema teatro intitolato a Olivelli, i lavori
sono iniziati con la relazione introduttiva dell’onorevole
Luciano Forni sul tema “Resistenza, pluralismo, unità”.
E’ seguito l’intervento di Marco Cipriano, vicepresidente
del Consiglio regionale della Lombardia. Subito dopo, gli
interventi di saluto dei sindaci e delle autorità locali,
testimonianze e contributi di Gigliola Foglia, Gabriele Fontana,
Ermes Gatti, monsignor Giovanni Barbareschi.
Nella sessione pomeridiana, il professor Arturo Colombo, dell’Università
di Pavia, ha svolto la relazione centrale focalizzando la
sua attenzione sulla figura del partigiano cattolico Teresio
Olivelli. A seguire, testimonianze e interventi di Carla Bianchi
Iacono, Venanzio Gibillini, monsignor Paolo Rizzi, Giuseppe
Valota. Per la Fiap è intervenuto il vice presidente
nazionale della Federazione, dottor Mario Artali. Ha tratto
le conclusioni l’onorevole Virginio Rognoni. I lavori
sono stati coordinati da Antonio Pizzinato, presidente dell’Anpi
regionale lombarda.
Ecco una sintesi della relazione del professor Arturo Colombo
sulla figura di Olivelli.
TERESIO OLIVELLI IN TRE TEMPI
“Se
vogliamo, anche in breve, ricordare chi sia stato davvero
Teresio Olivelli, credo che dobbiamo avere ben chiaro che
tre sono le fasi, distinte eppure strettamente complementari,
che hanno accompagnato, e caratterizzato, la sua esistenza,
breve, intensa e così tragicamente chiusa. Un’esistenza
spezzata, sullo sfondo gelido di un Lager, quando Olivelli
aveva da pochi giorni compiuto ventinove anni: dunque, ancora
giovane, quasi all’inizio di un percorso umano, civile,
politico, religioso, dove – se avesse potuto compierlo
interamente – avrebbe saputo lasciare un’impronta
maggiore della sua personalità, così robusta,
decisa, incisiva, autorevole.
Nato ai primi di gennaio del 1916, quando l’Italia da
qualche mese era entrata in guerra, la prima fase –
quella di solito più formativa –, Olivelli l’ha
trascorsa nell’ambiente familiare. Un ambiente non facoltoso
ma dignitoso, come ce n’erano parecchi nel primo ‘900;
ma soprattutto un ambiente fortemente carico di principi e
valori cristiani e cattolici, come allora erano spesso presenti,
quasi incombenti, in molte famiglie, dove – proprio
come era accaduto agli Olivelli – non mancava un parente
sacerdote, uno “zio prete” per dirla con Luigi
Santucci. Proprio com’era lo zio don Rocco Invernizzi,
poi Arciprete di Tremezzo, destinato a influire, e non poco,
negli indirizzi e nelle scelte del nipote Teresio.
Tant’è vero che quando la famiglia Olivelli lascia
Bellagio e, dopo vari spostamenti, va a abitare a Mortara,
dove Teresio frequenterà il ginnasio, quell’interesse,
quel fervore, quella passione religiosa che lo accompagnerà
per tutta la vita, porta Olivelli, poco più che ragazzo,
a prestare la sua opera e il suo tempo, coordinando il doposcuola
del Circolo Giovanile Cattolico, intitolato a San Lorenzo,
dove si dedica specialmente nel fertile aiuto agli studenti
più poveri, più bisognosi di attenzione. E già
qui si avverte un primo segno importante di quel forte spirito
di solidarietà umana, che per Teresio era sinonimo
di carità cristiana, che mai più avrebbe abbandonato
Olivelli, “schietto, limpido, chiassoso” come
lo definirà con tre aggettivi molto appropriati don
Silvio Molinari, allora assistente ecclesiastico in quel di
Mortara.
La seconda fase prende il via quando Teresio Olivelli, che
si è sempre dimostrato un ottimo allievo, decide di
andare a studiare all’Università di Pavia, e
– anche attraverso il rettore Piero Ciapessoni –
affronta le prove del concorso per ottenere un posto al famoso
Collegio Ghislieri, e risulta fra i vincitori (dove, addirittura
ai primi del ‘700 aveva vinto il grande commediografo
Carlo Goldoni, e fra ‘8oo e ‘900 ci saranno tanti
altri dopo di lui, destinati a diventare famosi, dal bresciano
Giuseppe Zanardelli al valtellinese Luigi Credaro, da Ezio
Vanoni fino al nostro Virginio Rognoni). Dunque, Olivelli
vince un posto al Ghislieri (di cui, più tardi, diventerà
Rettore, seppure per il brevissimo tempo che gli rimarrà
da vivere), si iscrive alla facoltà di giurisprudenza
– a ulteriore conferma del suo costante interesse per
i temi del diritto e della giustizia –, si laurea brillantemente,
e tenta quella che avrebbe potuto diventare una brillante
carriera accademica.
Attenzione: si continua a ripetere che, durante quegli anni
universitari, Olivelli non esita a frequentare gruppi e ambienti
giovanili fascisti. E’ verissimo: ma sarebbe ingiusto,
e soprattutto è profondamente errato in sede di ricostruzione
storica, non capire – o peggio, fingere di non comprendere
– che durante gli anni ’30 quello era il clima,
quella la situazione, quella la condizione in cui erano costretti,
volenti o no, a vivere e a operare tutti quelli, specie se
giovani, che non avevano alle spalle (come Teresio Olivelli
non ha avuto, insieme a milioni di altri giovani come lui)
una famiglia dove ci fossero veri, robusti, intrepidi oppositori
del regime di allora, durante quelli che lo storico Renzo
De Felice ha chiamato “gli anni del consenso”.
Ecco perché rimango convinto che sia nostro dovere
sforzarci di
capire come mai e perché, fra gli ultimi anni ’30
e i primissimi anni ’40, il nostro Olivelli è
presente e opera attivamente nelle organizzazioni giovanili
fasciste, ma lo fa sempre come cattolico convinto, deciso
a portare anche lì, negli ambienti ufficialmente fascisti,
la pienezza della sua fede religiosa, il costante ancoraggio
al Vangelo. C’è – tra i tanti esempi che
potremmo fare – questa breve affermazione, affidata
da Olivelli a una pagina scritta, che merita di essere letta
come fosse un suo vibrante imperativo, da rivolgere a tutti:
“Esercitate una critica incessante sulle realizzazioni
degli uomini, in ansia di migliorarle”.
E’ altrettanto vero che nel 1939, neolaureato, Olivelli
decide di andare a Trieste, per prendere parte ai littoriali
della cultura, come del resto facevano i più bravi,
o più ambiziosi fra i suoi molti coetanei (magari destinati
a diventare futuri esponenti del PCI...). E se vince –
come ha vinto – i littoriali, precisamente nel settore
della razza, non è vero, anzi è falso far credere
che Teresio Olivelli abbia svolto un tema ignobilmente razzista:
all’opposto, era stato capace di sostenere, da cattolico
coerente e convinto, che se esistono delle razze, nessuno
può avere il diritto, la pretesa, l’arroganza
di credere e di far credere che ci siano delle razze biologicamente
superiori, o domini addirittura una razza eletta, come pretendeva
la pseudo-dottrina del nazismo, allora imperante in terra
germanica...
Eccoci così giunti alla terza, e ultima tappa, quella
definitiva, che avrebbe portato – esattamente come oggi,
il 17 gennaio del 1945 –
Teresio Olivelli al martirio. E’ la tappa estrema, quella
che serve a spiegare il coraggio di una scelta decisiva, tale
da assicurare a Teresio Olivelli un posto di spicco, tanto
in campo etico-politico – è medaglia d’oro
alla memoria –, quanto in campo religioso – è
già “Servo di Dio”. Ecco perché,
in segno di ammirazione e di gratitudine, noi oggi siamo venuti
sulle rive del Lago di Como, a Tremezzo e a Bellagio, dove
lui ha passato parte della sua giovane vita, per ricordare
e onorare la figura, l’opera, l’esempio, l’eredità
ideale, che ci lascia Teresio Olivelli.
Infatti, una volta scoppiata la guerra, quel terribile secondo
conflitto mondiale, Olivelli – come già altre
volte gli è toccato – non rimane indeciso, non
perde tempo, non aspetta che altri lo spingano a scegliere.
Al contrario, non esita a mettersi in prima fila, e già
nel febbraio del ’41, decide di partire volontario.
Dapprima viene arruolato nel 13° Reggimento dell’artiglieria
alpina, Divisione Julia, poi è assegnato al Gruppo
Bergamo, 31° Batteria della Divisione Alpina Tridentina.
Lo mandano al fronte, a combattere in Unione Sovietica, dove
fa presto a conoscere e a prendere atto della nostra vergognosa
impreparazione militare. E’ costretto a quella lunga,
interminabile ritirata fra il gelo e la fame; poi gli tocca
anche di essere fatto prigioniero, ma non si perde d’animo;
anzi, tenta di fuggire una, due volte, al terzo tentativo
ci riesce.
E’ durante questi terribili mesi che riflette su quanto
vede di disastroso che va accadendo intorno a lui, e matura
quella decisione, ferma e coraggiosa, verso una scelta di
campo, che lo porterà a entrare nelle file della Resistenza,
con tutti i rischi e i pericoli che comportava una simile
attività, da svolgere in piena clandestinità,
spesso sotto falsi nomi – come quelli di Claudio Sartori
o di Agostino Gracchi – proprio mentre il fascismo,
col volto reso ancora più cupo e crudele dopo l’8
settembre, l’avvento della Repubblica di Salò,
e la connivenza coi nazisti che occupavano il Nord Italia,
andava sempre più cercando di rendere impossibile ogni
opposizione. Brescia diventa così il punto di riferimento
della sua nuova attività di combattente; e a Brescia
si fa animatore di quel giornale clandestino dal nome subito
programmatico: “il ribelle” (senza maiuscole,
come invece si insiste a riportare !).
Ma sappiamo che la situazione precipita. Tant’è
vero che nell’aprile del ’44 Olivelli viene arrestato
a Milano, in piazza San Babila. Inizia così quel tormentato,
drammatico periodo in cui passerà da un campo di concentramento
a un altro, fino a quel 17 gennaio del ‘45, quando trova
la morte nel gelo del Lager di Hersbruk, sempre pronto a prestare
aiuto, a sostenere, a sorreggere con grande, generoso, inesausto
spirito di abnegazione e sacrificio i compagni di prigionia,
che disperati si aggrappavano a lui, implorando un aiuto,
un’impossibile salvezza...Da quando viene arrestato,
scorrono otto mesi durissimi, durante i quali Teresio Olivelli
si prodiga fino allo spasimo, fino al sacrificio supremo.
Muore, infatti, dopo un calcio brutale allo stomaco e dopo
venticinque feroci “gommate”, conquistandosi così
un posto imperituro fra quanti hanno voluto e saputo segnare
con il proprio martirio la difficile via del riscatto del
nostro Paese, dopo un ventennio di errori e di orrori.
Prima dell’arresto, aveva scritto la “Preghiera
del Ribelle”, un documento di altissimo valore, non
solo dal punto di vista religioso. Un documento che non voleva
fomentare odi né vendette, ma che contiene quelle parole
indomite, capaci ancora oggi di scuotere e di commuovere chiunque
sappia leggerle. Qualcuno le ricorda ancora, pur dopo tanti
anni, cariche di quella vigorosa invocazione: “Sui monti
ventosi e nelle catacombe delle città, dal fondo delle
Prigioni […], ascolta la preghiera del ribelle per amore”.
Ribelli per amore significa per amore del prossimo, per amore
della libertà, per amore del riscatto; dunque, mai
ribelli per odio, né per volontà di sopraffazione,
né per spirito di morte...
Ecco perché oggi, a distanza di sessantaquattro anni
dal suo sacrificio, ma anche domani e più lontano ancora,
in futuro, sono convinto che non possiamo non ricordare con
commozione l’esempio di Teresio Olivelli, pur consapevoli
che lui non è il solo, fra i giovani che hanno saputo
pagare con la vita il coraggio di lottare per un futuro finalmente
libero, solidale e pacifico. Basta pensare a Mariolino Greppi
– il figlio di Antonio Greppi, sindaco della Liberazione
– ucciso a Milano a 24 anni; a Eugenio Curiel, il capo
dei giovani comunisti, ammazzato a 33 anni, lui che era amico
di un altro grande, come Padre David Maria Turoldo; a Bruno
e Fofi Vigorelli, entrambi caduti in Val d’Ossola, figli
di Ezio Vigorelli, il leader socialdemocratico promotore di
una famosa inchiesta sulla disoccupazione e la miseria. E
ancora, pensiamo a un altro giovane cattolico come Giancarlo
Puecher, suo compagno di ideali, ucciso a Erba nel dicembre
del ’43.
E’ anche per tener fede a Teresio Olivelli e ai tanti
come lui, che dobbiamo rinnovare l’impegno di stare
uniti e sentire il dovere di non mollare, sempre tenaci nella
comune ricerca di costruire insieme un futuro meno angusto
e meno ingiusto”.
La protesta
Al termine dei lavori, su proposta delle Associazioni partigiane,
il direttore di “Lettera ai Compagni” Gino Morrone
ha dato lettura di un documento di protesta contro l’iniziativa
di un gruppo di deputati del centrodestra che vuole varare
una legge che mette sullo stesso piano i combattenti della
Repubblica di Salò e i partigiani che si batterono
e morirono per opporsi al criminale invasore nazista e ai
suoi complici fascisti. Il testo è stato approvato
all’unanimità dall’assemblea. Eccolo:
“Ancora
una volta provano a sovvertire la storia.
L’idea di un gruppo di deputati del centro destra di
istituire l’Ordine del Tricolore allo scopo di livellare
in modo inconsulto coloro che scelsero la via delle montagne
per combattere il mostro nazifascista e coloro che invece
si schierarono, divenendone succubi, a fianco del tedesco
invasore è una proposta che fa rabbrividire.
I morti non sono uguali. Uguali sono i cadaveri nei confronti
dei quali bisogna avere la pietà che spetta anche al
nemico sconfitto.
La proposta di legge dei deputati della C.d.l. definisce questa
iniziativa “un atto dovuto da parte del nostro Paese,
verso tutti coloro che, oltre 60 anni fa, impugnarono le armi
e operarono una scelta di schieramento convinti della bontà
della loro lotta per la rinascita della Patria”.
Peccato che ci si dimentica che quello schieramento era proprio
contro la nostra Patria, invasa dai nazisti che trascinarono
nei campi di sterminio migliaia e migliaia di italiani colpevoli
soltanto di essersi dimostrati stanchi di un regime mostruoso,
liberticida, sanguinario.
Questa proposta è dunque un tentativo di tradimento
dei principi, dei valori e dei doveri che animano la nostra
Costituzione fondata sulla democrazia e la libertà.
Contrasteremo con ogni forza questo tradimento rifiutando
medaglie, diplomi o riconoscimenti istituiti per i veterani
della guerra di liberazione, perché non si possono
confondere i combattenti, partigiani e militari leali, con
coloro che fecero parte delle forze armate della RSI, persino
in reparti di SS italiane.
Non si capisce, infine, perché ci si accanisce per
questa parificazione storicamente impossibile proprio quando
il presidente della Camera Gianfranco Fini ha più volte
giudicato il fascismo “un male assoluto” e quella
di Salò una scelta profondamente sbagliata”.
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